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Presentazione di Victor Rivera Magos

Se dovessimo impegnarci a comprendere meglio le dinamiche che consentirono alla città di Barletta, a partire dal secolo XII, di affermarsi come centro di rilevanza internazionale sui principali scenari del Mediterraneo, molti sarebbero i temi da indagare, a partire dalla centralità assunta gradatamente dal porto tra gli scali granari adriatici. Una storia lunga, evidentemente, che parte dalla fondazione normanna della città politica e istituzionale, avvenuta de facto in concomitanza con la fondazione del regno di Ruggero II d’Altavilla, e passa attraverso le pagine celebri della pittura preimpressionista di De Nittis o quelle letterarie della Disfida e del suo romanzo scritto da  Massimo d’Azeglio per costruire sentimenti di unità nazionale in piena epoca risorgimentale.

Un racconto dunque, quello della storia di Barletta, che ci consentirebbe di osservare la dinamicità dei ceti dirigenti del territorio, impegnati nella costruzione del proprio spazio di potere politico e nel rafforzamento delle proprie prerogative economiche. Una storia di ricerca del potere che incrocia quella delle istituzioni politiche e religiose del Regno e si tramuta presto in pluralità di identità culturali e sociali.

Terra di vescovi ospiti, quello di Canne e quello di Nazareth, senza una diocesi da reggere e indirizzare, Barletta fu terra di grandi passioni e altrettanti conflitti. Primo fra tutti, quello tra gli arcivescovi tranesi e il clero barlettano che, all’inizio del secolo XII, inizia la costruzione della chiesa madre di Santa Maria e con essa costituisce il proprio capitolo. Nel fermento che anima il Mediterraneo, accoglie, questa città che è una Terra, secondo quanto emerge dai documenti della corona, anche le comunità religiose che provengono dalla Terrasanta.

L’epopea crociata conduce a Barletta Templari, Giovanniti, Teutonici, canonici del Santo Sepolcro e di Nazareth: tutte comunità che avrebbero reso celebre la città nel Mediterraneo, facendone entrare il nome nelle Canzoni delle gesta dei Franchi.

Barletta è città cosmopolita, o almeno lo è stata per lungo tempo.

Le sue famiglie, qui stanziatesi secolo dopo secolo, tessevano le trame dei propri interessi, operando per accrescere le proprie ricchezze e, con esse, il potere e l’influenza detenuta.

Di tutte queste cose, in una rassegna utilissima a chi approccia il complesso mondo della storia cittadina, tratta il volume di Francesco Pinto, intitolato Le pietre nobili.

Va chiarito: non si tratta di  una “storia della città”, ma di un percorso guidato attraverso gli stemmi araldici conservati in città, collocati ancora sulle facciate dei palazzi storici, incastrati tra porte e finestre, raccolti nel lapidario del castello o nei cortili e nei chiostri dei conventi e delle chiese. Ad ogni stemma, appositamente fotografato, corrisponde una breve descrizione della famiglia a cui apparteneva, con qualche nota storica. Una breve descrizione, va ribadito; non un trattato prosopografico, ma una piccola introduzione a supporto delle immagini, misurata sugli scritti degli eruditi e degli storici che ne parlarono, per costruire intorno a quegli stemmi un racconto di storia araldica e di storia della città che possa essere utile a quanti si approcciano a un tema complesso e affascinante come quello, appunto, dell’araldica.

Sono nobili, queste pietre, non perché tutte appartenenti a famiglie che potessero vantare quarti di nobiltà. Il lettore che si approcci al volume si accorgerebbe subito che nella rassegna fotografica e testuale che Pinto propone quelle pietre appartengono certamente a palazzi che il tempo ha nobilitato, restituendoceli nella loro bellezza e in qualche caso imponenza. Tuttavia, il lettore attento saprebbe anche distinguere, attraverso i profili brevi che Pinto affianca a ciascuno stemma familiare, anche quelli della appartenenza cetuale, spesso nobiliare, molto più spesso commerciale, finanziaria, “borghese”, che non sempre è possibile definire “nobile”.

Un utile strumento per districarsi nella storia lunga della città, dunque, certamente non definitivo né immune da futuri emendamenti o correzioni che, anzi, chi scrive auspica arrivino presto, perché un libro come questo rappresenta una traccia, una rassegna, un tentativo di mettere ordine, catalogare il patrimonio esistente, provare a individuare ceppi familiari, associati a ciascuno stemma araldico, senza la convinzione di aver detto l’ultima parola. Dove Pinto non riesce, infatti, si ferma, offrendo una sorta di appendice di pietre “ignote”, ancora da identificare, con l’umiltà che è propria alla sua personalità, ma soprattutto come dovrebbe fare chiunque si approcci alla ricerca storica con onestà e intelligenza, evitando di proporre assiomi definitivi.

La storia, infatti, è materia intangibile e per questo, a chi vi si approcci, spesso pericolosamente modellabile. Nell’apparente tangibilità di un monumento, di un’opera d’arte, di un documento archeologico e pergamenaceo, infatti, si cela il grande inganno della storia, che è nella sua inconsistenza materiale, nonostante l’apparente percettibilità al tatto offerta dai suoi testimoni provi a convincerci del contrario. Per questo, essa è sempre mobile e la sua analisi si offre come materia viva a chi ne indaga aspetti particolari. Materia mai definitiva, sempre discutibile e rinnovabile. Per questo, dunque, il volume di Pinto può considerarsi come un ulteriore tassello da inserire nel complesso mosaico della ricca vicenda di coloro che nel tempo hanno provato a ordinare quella materia, che in questo caso è la storia lunga della città di Barletta.

Come tale va apprezzato, tra gli strumenti al servizio di coloro che ancora si metteranno sulle tracce di quella storia, provando a chiarire, discutere, riordinare ancora.

 

                                                                                  Victor Rivera Magos

Pubblicato il 1/2/2016 alle 9.33 nella rubrica Barletta story.

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