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Premessa: La cristianizzazione in Puglia

È opinione consolidata, nella ricostruzione delle origini cristiane pugliesi, di attribuire a S. Pietro l’opera di evangelizzazione e l’istituzione dell’episcopato di diverse diocesi della nostra regione. Ovviamente si tratta di una notizia priva di ogni fondamento storico alimentato da una consuetudine di stampo campanilistico finalizzato a nobilitare le origini cristiane di paesi e città con l’abbinamento mirato a santi, apostoli e martiri della cristianità antica. La maggior parte di questi episodi puramente fantastici, mescolandosi con elementi storici attendibili, sono però entrati nella coscienza popolare finendo col caratterizzare l’identità storico-religiosa di determinate aree geografiche regionali o urbane.

Il processo di cristianizzazione della Puglia, grazie ad una rete viaria collaudata (via Appia e Traiana) e ad un articolato sistema portuale regionale, si propagò rapidamente: naviganti e commercianti, missionari e pellegrini costituirono un fenomenale scambio di idee, concezioni ed esperienze con il vicino Oriente e fu soprattutto la fascia costiera adriatica (Sipontum-Salapia-Bardulos-Turenum-Barium) che si distinse ben presto, con una grande capacità di evoluzione, nell’interpretare magnificamente quel ruolo di “ponte” tra le due diverse culture.

La Chiesa, dopo l’editto di tolleranza emesso da Galerio nell’anno 311 e da Costantino nel 313, cominciò ad organizzare sistematicamente la propria dottrina e iniziò a creare una fitta rete di diocesi con cui Roma dialogava e a cui faceva pervenire le proprie direttive. Inizialmente i confini delle diocesi erano approssimativi a quelli della città, ma subivano continui mutamenti a causa della progressiva conversione al

Cristianesimo dei territori circostanti. L’episcopato rappresentò subito fonte di potere e di prestigio; i vescovi infatti, oltre alla riconosciuta autorità ecclesiastica, godevano di particolari privilegi, per esempio l’esenzione dai munera curialia e spesso, nel territorio di pertinenza, svolgevano incarichi importanti attinenti la pubblica amministrazione che tradizionalmente erano demandati alla magistratura civile.

In definitiva, con la presenza del vescovo, un insediamento urbano anche di piccola entità assumeva un ruolo di città preminente con l’aggregazione di nuovi territori per la pratica cultuale e per la prassi liturgico-sacrale.1

L’ecclesia Barlettana, durante la sua storia, ha avuto un’evoluzione complicata cercando inutilmente di crearsi una propria autonomia, prima liberandosi da una ormai declassata diocesi Canosina e poi finendo spesso in contrasto, con dispute lunghe ed ostinate, con l’antico e consolidato episcopato Tranese. Infatti fu necessario l’intervento della Curia Pontificia per sanzionare la definitiva sottomissione del clero barlettano al vescovo di Trani con le bolle di Alessandro II nel 1063, Urbano II nel 1090, Callisto II nel 1120 e Adriano IV nel 1158 e 1159. La distruzione di Bari per mano di Guglielmo il Malo avvenuta nel 1156 e l’inizio del movimento crociato collocò la Città di Barletta al centro di un intenso traffico da e per la Terra Santa comportando uno sviluppo socio economico che determinò una progressiva espansione urbana rendendo Barulum la principale città dell’Apulia settentrionale.

Al vigoroso risveglio religioso provocato dalle crociate conseguì la decisione dei principali Ordini cavallereschi di scegliere Barletta come loro sede regionale; vi si stanziarono infatti i Cavalieri del Santo Sepolcro, i Gerosolimitani, i Templari, i Teutonici. Con l’inesorabile declino delle Crociate, a testimonianza dell’alto tasso di religiosità del territorio, si insediarono numerosi Ordini monastici (Benedettini, Francescani, Domenicani e Agostiniani) e si costruirono numerosissime chiese.

Intorno a questi luoghi di culto, oltre alle attività ecclesiastiche, gravitavano un insieme di iniziative assistenziali e ospedaliere, venivano gestite scuole private dove si impartivano lezioni per avviare alle arti e mestieri e si svolgevano attività educative che contribuirono a sviluppare in maniera marcata la coscienza religiosa della popolazione. Ciò nonostante, con la riforma del Concilio di Trento (1545-1563), i Capitoli delle chiese più importanti della città non riuscirono a realizzare le spinte autonomistiche di più antica aspirazione per rendersi indipendenti dall’episcopato tranese poiché il clima riformistico post-tridentino sanzionò in maniera negativa l’aumento del numero delle sedi episcopali. La città di Barletta quindi, pur rimanendo religiosamente sempre assoggettata all’Arcidiocesi di Trani, ebbe però il grande privilegio di

essere sede dell’Arcivescovado di Nazareth fino al 1818.

È noto che l’Arcivescovado di Nazareth in Palestina, esistente dal tempo delle Crociate, per sfuggire alla persecuzione dei Turchi fu costretto ad abbandonare la propria sede rifugiandosi dapprima a Tolemaide e poi in Puglia, a Barletta, per continuare la serie degli arcivescovi nazareni.

Nel 1455 Papa Callisto III ingrandì la sede barlettana della diocesi nazarena con l’annessione della Chiesa vescovile di Canne e dei territori ad essa pertinenti; nel 1531 Papa Clemente VII vi annesse la Chiesa di Monteverde2 e Carbonara.

L’Arcidiocesi di Nazareth fu soppressa il 27 giugno 1818 dal Sommo Pontefice Pio VII, con Bolla Ulteriori, nel contesto storico dell’indirizzo laicista della Rivoluzione francese; Monteverde fu unita alla Diocesi di S. Angelo dei Lombardi (AV) mentre il Titolo Nazareno insieme a quello di Canne fu dato all’Arcidiocesi di Trani, non essendo Barletta, nel 1818, Diocesi.

Il 21 aprile del 1860, con la Bolla Motu Proprio Cunctis ubique pateat, Papa Pio IX elevò la città ad Arcidiocesi per perpetuare in Barletta l’Arcidiocesi Nazarena.

Pubblicato il 27/11/2010 alle 21.47 nella rubrica Barletta story.

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