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Con l’accrescersi del contagio furono in seguito adibiti a lazzaretto baracche di legno, magazzini e anche abitazioni private. Alcuni documenti descrivono: una baracca fuori Porta Nuova; lungo i palumenti che si stendevano da Porta Nuova al baluardo di S. Agostino; un altro presso la Chiesa del Carmine; nel Paniere del Sabato (Piazza Plebiscito) e nella strada della Cordoneria (corso Vittorio Emanuele).
Anche il Castello, che era servito da carcere, fu usato come luogo d’isolamento.
Per quanto riguarda la sepoltura dei morti, stando ai documenti, si evince che in pratica tutte le mura non furono che un lungo sepolcreto; luoghi specifici nominati nelle schede e nei libri parrocchiali indicano il lazzaretto della Madonna della Croce e alli quartieri cioè sotto le mura, dalla chiesa del Carmine al fortino Paraticchio, là ove la pietà pubblica dispose la edificazione di una chiesa dedicata a S. Maria degli Afflitti, in suffragio dei tanti morti di peste ivi sepolti.
La situazione nel 1657, ad epidemia terminata, era la seguente: popolazione ridotta a 7-8 mila abitanti, il Municipio praticamente fallito, il Capitolo indebitato per non aver ricevuto le entrate di Napoli, Foggia e della dogana di Barletta, gli amministratori di enti religiosi e civili morti, famiglie intere scomparse e alcune strade rimaste addirittura disabitate; le proprietà lasciate in balia dei più astuti, i quali le usurparono con tutti i mezzi leciti ed illeciti sino a far scomparire i documenti originali per crearne dei falsi, oltre ad un fenomeno altissimo di sciacallaggio nelle case disabitate.
Le conseguenze di questa terribile pestilenza è da annoverare tra i più gravi disastri subiti dalla città di Barletta, già colpita da quel flagello in epoche precedenti, ma che non aveva mai raggiunto picchi di mortalità così elevati.

Pubblicato il 7/5/2007 alle 22.33 nella rubrica Barletta story.

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