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Diario


19 aprile 2007

Le solite "diatribe campanilistiche": i tumulti del 1931

Nel novembre dell’anno 1931, in tempi in cui patria, Italia, ed orgoglio patriottico, costituivano l’asse portante del linguaggio d’uso del regime fascista, si tentò di privare Barletta del suo patrimonio storico più importante: la Disfida.
Tra il 3 e il 10 novembre di quell’anno avvennero in Barletta dei disordini per un motivo che, all’epoca, fu definito altamente patriottico come affermarono gli stessi protagonisti della vicenda.
Tale tumulto si concluse con un triste bilancio: due morti e 17 feriti.
Per i barlettani, la Disfida rappresenta ormai un secolare orgoglio. Il fatto di essere stata teatro di un episodio illustre, tramandato in maniera leggendaria dal D’Azeglio, costituisce per l’intera cittadinanza un’eredità preziosa.
L’episodio della Disfida è stato interpretato come la prima espressione di unità nazionale; infatti la storiografia tradizionale locale afferma che, in quella occasione, per la prima volta si gridò: “Viva l’Italia”.
Ma veniamo ai fatti. La Gazzetta del Mezzogiorno, il 28 ottobre 1931, pubblicò un articolo di Sergio Panunzio, sottosegretario del Governo, molfettese, il quale difese e avvalorò la tesi di un tranese, l’avv. Gioia, che in un opuscolo aveva sostenuto che la Disfida non si era verificata a Barletta, ma sul territorio di Trani.
Panunzio e Gioia, insomma, affermarono che non si dovesse più parlare di Disfida di Barletta, ma di Disfida di ...Trani.
Che il combattimento fosse avvenuto tra Andria e Quarati, su territorio tranese, è d’altronde cosa già nota a tutti, ma fatti storicamente provati attribuivano la nascita di tale evento nella città di Barletta, in cui fu pronunciato l’atto di sfida e dove furono scelti i tredici campioni; ciò nonostante le ragioni dei barlettani non trovarono spazi sul giornale e la Gazzetta rifiutò di pubblicare le documentatissime confutazioni di due barlettani, il canonico Santeramo e l’ing. Boccassini.
In città tutto apparve chiaro. L’attacco era stato guidato dalle autorità baresi: in primis da Leonardo D’Addabbo, membro del direttorio nazionale del Partito Fascista, e da A. Di Crollalanza, ministro dei Lavori Pubblici. Il 3 novembre arrivò la conferma: a Bari era stato addirittura creato un Comitato pro - monumento della Disfida, alla cui testa c’erano proprio D’Addabbo e Di Crollalanza.
La città di Barletta, che già da tempo chiedeva un monumento alla Disfida, si trovava di conseguenza a subire questo affronto. I baresi, forti del fatto di essere capoluogo di regione, desideravano erigere il monumento della Disfida a Bari.
La situazione diventò sempre più incandescente. I barlettani scesero in piazza protestando vivacemente per non essere privati di quell’episodio, ritenuto gloria e simbolo della città.
La sera del 3 novembre i cittadini entrarono a forza nel Comune, prelevarono il bozzetto in gesso del monumento al Fieramosca (opera dello Stocchi) e lo portarono in piazza Roma, ora piazza Moro, posandolo su un piedistallo fatto di botti vuote.
Ma le autorità imposero la linea dura intervenendo con la rimozione dall’incarico del podestà barlettano Lamacchia e del segretario del Fascio ing. Boccassini che avevano già chiesto udienza al Duce. La protesta infuriò; le agitazioni si infittirono e la farsa si trasformò in tragedia. La sera del 10 novembre, il vice prefetto Vandelli, che aveva già fatto arrestare 40 squadristi, ordinò ai carabinieri, stanziati nell’edificio del Comune, di sparare sulla folla. La sparatoria sulla gente inerme durò diverse ore estendendosi anche nelle vie cittadine contro innocui passanti: due civili furono colpiti a morte. La prima vittima fu Antonia Gargarella di 21 anni, poi fu la volta di Savino Binetti, di appena 11 anni; si contarono anche 17 feriti.




permalink | inviato da il 19/4/2007 alle 19:39 | Versione per la stampa
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