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Diario


17 marzo 2015

Giovanni Pipino: un barlettano alla corte di tre RE

E’ questo il titolo di una nuova ed importante ricerca di Francesco Pinto, abile nel tessere le imprese e le lodi di un cittadino barlettano che, agli albori del 1300, raggiunse le più alte cariche nella corte Angioina.

L’autore, non nuovo in queste interessanti ricerche, dopo l’ottima pubblicazione del libro Barletta, l’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, si immerge nella selezione di importanti ed antiche pergamene risalenti alla fine del  XIII e all’inizio XIV secolo narrando cronologicamente le imprese di questo interessante personaggio figlio della nostra amata città.

La ricerca è imperniata esclusivamente su Giovanni Pipino, capostipite dell’omonima casata, escludendo a priori i successori omonimi che tanto scompiglio ed efferatezze portarono in seguito sul nostro territorio.

Il libro non è stato pubblicato causa la crisi dell’editoria locale e della sordità dell’Amministrazione Comunale ma l’autore ha ritenuto opportuno stampare alcune copie e donarle alla nostra Biblioteca Comunale per favorire la divulgazione di questo importante lavoro.

Basterà quindi richiedere copia della ricerca in Biblioteca (collocazione: AP C – 462)per leggere le imprese di questo epico personaggio che seppe conquistare la Lucera saracenorum nell’agosto del 1300.




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17 marzo 2015

Giovanni Pipino: un barlettano alla corte di tre Re




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17 marzo 2015

Valore dell'opera

Fra gli studiosi contemporanei di storia barlettana annoveriamo con affetto e gratitudine Francesco Pinto, cultore, tra l’altro, di araldica e onomastica che riguarda la nostra Città. Con la sua peculiare discrezione ed eleganza ci dona, in questo libro, il frutto di una sua laboriosa ricerca sul condottiero barlettano Giovanni Pipino, vissuto a cavallo fra il XIII e XIV secolo alla Corte dei Re angioini Carlo I, Carlo II e Roberto I.

L’opera, di facile lettura, contribuisce a dimostrare che la grandezza di un città, nel nostro caso Barletta, non si misura soltanto attraverso i fatti ivi accaduti (spesso romanzati e asserviti ad un pur necessario turismo locale) e le gesta di chi vi trascorse gran parte o tutta la sua vita, ma anche attraverso l’importanza assunta altrove dai suoi cittadini.

Marc Bloch, nella sua “Apologia della storia”, afferma che essa, lungi dall’essere la scienza del passato come i più sostengono, è lo studio a posteriori delle opere compiute dalle società, che “rimodellano secondo i propri bisogni il suolo su cui vivono”. Questi sono - e “ciascuno lo avverte istintivamente” - i “fatti storici”.

Ancora Bloch: [...] l’oggetto della storia è per sua natura l’uomo. O meglio: gli uomini. [...] La storia vuol cogliere gli uomini al di là delle forme sensibili del paesaggio, degli arnesi o delle macchine, degli scritti in apparenza più freddi e delle istituzioni in apparenza più completamente staccate da coloro che le hanno create. E chi non riesce a farlo “non sarà, nel migliore dei casi, che un manuale dell’erudizione. Il buon storico somiglia all’orco della fiaba: dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda.”

Ecco allora una carrellata delle imprese del Pipino e delle cariche da lui ricoperte una dopo l’altra nella Corte angioina, a dimostrazione di quanto potere avesse Barletta nell’allora Regnum Siciliae e di quanto siano abili i suoi figli – in ogni epoca – a “rimodellare” il suolo su cui vivono con l’intraprendenza e il coraggio che li contraddistingue, senza mai dimenticare le loro origini.

 

Francesca De Santis




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17 marzo 2015

Introduzione libro: Giovanni Pipino, un barlettano alla corte di tre Re

Questa appassionante ricerca riguarda le vicende storiche di un personaggio di Barletta “di oscuri natali” (così infatti fu definito dal Villani, famoso cronista del ‘300) che, grazie alle sue capacità, seppe meritarsi la fiducia illimitata di ben tre Re.

Durante il periodo della monarchia angioina, in netta contrapposizione con l’elevata tassazione cui era sottoposto tutto il Meridione d’Italia, la Corona creò occasioni di promozione sociale attraverso il conferimento della “militia”, il servizio regio e l’ingresso nella “familiaritas” o nello status di “consiliarius”; di pari passo la città di Barletta, proclamata Città Regia nel lontano 1190 da Re Tancredi di Sicilia, ebbe la possibilità (in quanto città demaniale sotto il diretto controllo del re) di privilegiare alcuni suoi cittadini con un ingresso più facilitato nella dissestata amministrazione burocratica del governo regio.

Giovanni Pipino fu uno di questi: assunto a Corte, non smise mai di meritare l’illimitata fiducia dei suoi re, acquisendo con la sua epica impresa (la distruzione della colonia saracena di Lucera) una posizione completa, multiforme e onnipotente tanto da essere annoverato tra i più importanti e prestigiosi nobili del Regno di Napoli.

Questo messaggio culturale, utile strumento di consultazione, consente di conoscere meglio la figura storica di un barlettano ignorato dai più, appena accennato nelle cronache cittadine, anche in considerazione delle fonti scarse e spesso contraddittorie risalenti al periodo compreso tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV.




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17 marzo 2015

Cappella Pipino: S. Pietro a Maiella, Napoli




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17 marzo 2015

Sepolcro Pipino




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17 marzo 2015

Stemma Pipino




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17 marzo 2015

Giovanni Pipino: un epico personaggio

Quali considerazioni potrebbero essere fatte su questo emblematico personaggio, soprattutto in relazione all’horrenda strage di Lucera?

Bisognerebbe innanzitutto rapportare l’azione di Giovanni Pipino ai tempi in cui visse: considerarlo un uomo di Stato che seppe raggiungere senza mezzi termini i fini proposti dalla politica del Re. Se l’azione nei confronti di Lucera sia stata giusta o crudele, può dirlo solo una eventuale valutazione politica del suo operato.

Lo stesso Machiavelli, infatti, definito come il fondatore della moderna scienza politica, rivendica vigorosamente l’autonomia nel campo dell’azione politica e afferma che l’agire degli uomini di Stato va studiato e valutato solo in base alle leggi in vigore per garantirne poi il perfetto funzionamento. Per quanto concerne la religione, a Machiavelli essa non interessa nella sua prospettiva concettuale, come contenuto di verità, né tanto meno nella sua dimensione spirituale, come garanzia di salvezza, ma solo ed esclusivamente come instrumentum regni, ossia come strumento di governo.

A Pipino vanno riconosciute certamente l’ambizione, la tenacia, la lungimiranza nel compiere scelte a prima vista azzardate, ma soprattutto il senso dello Stato, che può tradursi in amore per la propria terra e per il proprio Re o al contrario in sete di gloria da raggiungere anche con spietata disumanità.

In ogni frangente Giovanni Pipino dimostrò sempre un’assoluta fedeltà al Re e questa virtù eccezionale del singolo, del politico-eroe, del promotore di chiese e cattedrali, gli garantisce una fama più ampia, fama di grande ed epico personaggio della nostra terra.




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28 marzo 2011

Marzo 2011- Pubblicata dal Comune di Barletta una nuova entusiasmante ricerca storica di Francesco Pinto: L’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, avvenuta in Barletta il 4 febbraio 1459.

Barletta è tra le poche città del Mezzogiorno che può vantare un patrimonio memoriale importante, frutto di una storia avvincente e straordinaria, denso di personaggi eccezionali e di avvenimenti importanti.

L’abbinamento storico della Città di Barletta con la famosa Disfida resta senz’altro l’episodio più importante e reclamizzato, ma un altro avvenimento di grande rilevanza storica è stato spesso poco valorizzato, a torto, rischiando di cadere nel dimenticatoio: l’incoronazione a Barletta di Ferdinando I d’Aragona.

Questo volume, frutto di una lunga ricerca, oltre che mettere in risalto un episodio praticamente unico e irripetibile per la Città di Barletta, si propone di analizzare in maniera chiara gli episodi chiave che determinarono il grande evento tentando una ricostruzione ricca di significativi particolari legati alle giornate festose dell’incoronazione con le testimonianze coeve degli ambasciatori presenti all’incoronazione che ci consentono di acquisire altri interessanti particolari finora poco conosciuti.




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28 marzo 2011

Copertina del libro





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28 marzo 2011

Presentazione del libro acura del Prof. Generale Gaetano Nanula, Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana.

L’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, avvenuta in Barletta il 4 febbraio 1459, è un episodio talmente importante da meritare indubbiamente molta più attenzione di quanto non gli sia stata finora attribuita, in quanto attesta tutto il lustro e la grande importanza rivestita da questa città, in quel tempo giustamente considerata “Caput Regionis”.

Il protagonista riconosciuto nello scenario politico-militare fu, in quell’epoca, senza ombra di dubbio, Ferdinando I d’Aragona, chiamato Ferrante dai napoletani e Don Ferrando dai catalani.

Fin dalla sua giovane età non ebbe vita facile: per seguire le orme del padre in Italia fu costretto a lasciare l’ambiente catalano, ove si stava formando e ad affrontare una nuova realtà, adattandosi ai nuovi usi e costumi e imparando un altro idioma che, per la verità, non riuscì mai a padroneggiare alla perfezione. Da alcune sue lettere personali risulta infatti sempre evidente uno stile incerto, ove si fondono con ricorrenza il napoletano e il catalano.

Problematica e alquanto difficile risulterà per Ferrante, chiamato con disprezzo “il bastardo”, anche la sua successione al trono del Regno di Napoli.

Suo padre, Alfonso il Magnanimo, con fatica era riuscito a ratificare la successione del figlio nel Parlamento di San Lorenzo del 1443. Tale  Parlamento fu ritenuto invero di dubbia legalità, poiché alla sua composizione non parteciparono, come consuetudine, gli alti prelati e i rappresentanti delle città demaniali, rimanendo ristretto alla sola nobiltà.

Ne derivò quindi la convinzione che l’aristocrazia potesse influire in modo determinante nel creare o detronizzare qualsiasi re (le due terribili congiure dei baroni del regno furono una inevitabile conseguenza).

Ferrante comunque, al di là delle atroci repressioni attuate contro i suoi diretti nemici, governò a lungo e si dimostrò uomo abilissimo negli affari diplomatici e politici e lungimirante nel promulgare leggi che abolivano i soprusi dei baroni e rafforzavano lo Stato.

Verso la Città di Barletta il sovrano aragonese ebbe sempre un rapporto particolare, accordando privilegi di vario genere e conquistandosi grande fama di sovrano illuminato, avallata da molti studiosi, locali e non, che hanno capovolto quell’alone di negatività talora perpetrato in danno della sua immagine.

La sua immagine meritava dunque un’attenta ricostruzione, nel contesto di un periodo storico particolarmente complesso, che vede la Città di Barletta in tutta la sua prestigiosa e orgogliosa realtà storica.

All’autore Francesco Pinto, che con tanta passione e prolungata meditazione ha realizzato questa preziosa ricerca, va quindi tributato un plauso particolare, con l’ammirata considerazione dei suoi concittadini.




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28 marzo 2011

Incoronazione di Ferdinando I d'Aragona: ricostruzione ipotetica di Francesco Pinto





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27 novembre 2010

Ricerca storica:




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27 novembre 2010

Introduzione

Questa ricerca sui Vescovi e Arcivescovi Barlettani, condotta da Francesco Pinto e Antonio Vitrani, chiude un’autentica trilogia araldica che ha visionato gli stemmi delle famiglie nobili e gli stemmi reali presenti nella Città di Barletta.

Il blog di Francesco Pinto con le sue interessanti rubriche offre una carrellata di importanti personaggi rappresentati con i loro stemmi (reali, nobiliari o prelatizi) e, ancora una volta, una chiara testimonianza storica e culturale della Città di Barletta.




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27 novembre 2010

cartina geografica: Domenico Vendola: Rationes Decimarum Italiae (Fasc. 84, foglio 1) Organizzazione delle diocesi nei secoli XIII e XIV:




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27 novembre 2010

Premessa: La cristianizzazione in Puglia

È opinione consolidata, nella ricostruzione delle origini cristiane pugliesi, di attribuire a S. Pietro l’opera di evangelizzazione e l’istituzione dell’episcopato di diverse diocesi della nostra regione. Ovviamente si tratta di una notizia priva di ogni fondamento storico alimentato da una consuetudine di stampo campanilistico finalizzato a nobilitare le origini cristiane di paesi e città con l’abbinamento mirato a santi, apostoli e martiri della cristianità antica. La maggior parte di questi episodi puramente fantastici, mescolandosi con elementi storici attendibili, sono però entrati nella coscienza popolare finendo col caratterizzare l’identità storico-religiosa di determinate aree geografiche regionali o urbane.

Il processo di cristianizzazione della Puglia, grazie ad una rete viaria collaudata (via Appia e Traiana) e ad un articolato sistema portuale regionale, si propagò rapidamente: naviganti e commercianti, missionari e pellegrini costituirono un fenomenale scambio di idee, concezioni ed esperienze con il vicino Oriente e fu soprattutto la fascia costiera adriatica (Sipontum-Salapia-Bardulos-Turenum-Barium) che si distinse ben presto, con una grande capacità di evoluzione, nell’interpretare magnificamente quel ruolo di “ponte” tra le due diverse culture.

La Chiesa, dopo l’editto di tolleranza emesso da Galerio nell’anno 311 e da Costantino nel 313, cominciò ad organizzare sistematicamente la propria dottrina e iniziò a creare una fitta rete di diocesi con cui Roma dialogava e a cui faceva pervenire le proprie direttive. Inizialmente i confini delle diocesi erano approssimativi a quelli della città, ma subivano continui mutamenti a causa della progressiva conversione al

Cristianesimo dei territori circostanti. L’episcopato rappresentò subito fonte di potere e di prestigio; i vescovi infatti, oltre alla riconosciuta autorità ecclesiastica, godevano di particolari privilegi, per esempio l’esenzione dai munera curialia e spesso, nel territorio di pertinenza, svolgevano incarichi importanti attinenti la pubblica amministrazione che tradizionalmente erano demandati alla magistratura civile.

In definitiva, con la presenza del vescovo, un insediamento urbano anche di piccola entità assumeva un ruolo di città preminente con l’aggregazione di nuovi territori per la pratica cultuale e per la prassi liturgico-sacrale.1

L’ecclesia Barlettana, durante la sua storia, ha avuto un’evoluzione complicata cercando inutilmente di crearsi una propria autonomia, prima liberandosi da una ormai declassata diocesi Canosina e poi finendo spesso in contrasto, con dispute lunghe ed ostinate, con l’antico e consolidato episcopato Tranese. Infatti fu necessario l’intervento della Curia Pontificia per sanzionare la definitiva sottomissione del clero barlettano al vescovo di Trani con le bolle di Alessandro II nel 1063, Urbano II nel 1090, Callisto II nel 1120 e Adriano IV nel 1158 e 1159. La distruzione di Bari per mano di Guglielmo il Malo avvenuta nel 1156 e l’inizio del movimento crociato collocò la Città di Barletta al centro di un intenso traffico da e per la Terra Santa comportando uno sviluppo socio economico che determinò una progressiva espansione urbana rendendo Barulum la principale città dell’Apulia settentrionale.

Al vigoroso risveglio religioso provocato dalle crociate conseguì la decisione dei principali Ordini cavallereschi di scegliere Barletta come loro sede regionale; vi si stanziarono infatti i Cavalieri del Santo Sepolcro, i Gerosolimitani, i Templari, i Teutonici. Con l’inesorabile declino delle Crociate, a testimonianza dell’alto tasso di religiosità del territorio, si insediarono numerosi Ordini monastici (Benedettini, Francescani, Domenicani e Agostiniani) e si costruirono numerosissime chiese.

Intorno a questi luoghi di culto, oltre alle attività ecclesiastiche, gravitavano un insieme di iniziative assistenziali e ospedaliere, venivano gestite scuole private dove si impartivano lezioni per avviare alle arti e mestieri e si svolgevano attività educative che contribuirono a sviluppare in maniera marcata la coscienza religiosa della popolazione. Ciò nonostante, con la riforma del Concilio di Trento (1545-1563), i Capitoli delle chiese più importanti della città non riuscirono a realizzare le spinte autonomistiche di più antica aspirazione per rendersi indipendenti dall’episcopato tranese poiché il clima riformistico post-tridentino sanzionò in maniera negativa l’aumento del numero delle sedi episcopali. La città di Barletta quindi, pur rimanendo religiosamente sempre assoggettata all’Arcidiocesi di Trani, ebbe però il grande privilegio di

essere sede dell’Arcivescovado di Nazareth fino al 1818.

È noto che l’Arcivescovado di Nazareth in Palestina, esistente dal tempo delle Crociate, per sfuggire alla persecuzione dei Turchi fu costretto ad abbandonare la propria sede rifugiandosi dapprima a Tolemaide e poi in Puglia, a Barletta, per continuare la serie degli arcivescovi nazareni.

Nel 1455 Papa Callisto III ingrandì la sede barlettana della diocesi nazarena con l’annessione della Chiesa vescovile di Canne e dei territori ad essa pertinenti; nel 1531 Papa Clemente VII vi annesse la Chiesa di Monteverde2 e Carbonara.

L’Arcidiocesi di Nazareth fu soppressa il 27 giugno 1818 dal Sommo Pontefice Pio VII, con Bolla Ulteriori, nel contesto storico dell’indirizzo laicista della Rivoluzione francese; Monteverde fu unita alla Diocesi di S. Angelo dei Lombardi (AV) mentre il Titolo Nazareno insieme a quello di Canne fu dato all’Arcidiocesi di Trani, non essendo Barletta, nel 1818, Diocesi.

Il 21 aprile del 1860, con la Bolla Motu Proprio Cunctis ubique pateat, Papa Pio IX elevò la città ad Arcidiocesi per perpetuare in Barletta l’Arcidiocesi Nazarena.




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27 novembre 2010

Trono vescovile




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27 novembre 2010

Presentazione

L’insigne economista Giuseppe Maria Galanti, nella sua relazione sulla Puglia fatta al Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, in data 12 maggio 1791, riferendosi a Barletta, definisce “fenomeno unico forse in tutto il mondo” la presenza di oltre 150 canonici, su una popolazione che allora contava poco meno di 16.000 abitanti. Già questo dato, ci dice eloquentemente come fosse di particolare importanza l’entità religiosa a Barletta: la città delle cento chiese; con decine di conventi e sede dei principali ordini religiosi e cavallereschi; dove risiedevano e amministravano ben due vescovi e due arcivescovi: quello di Canne, qui trasferitosi nel 1318, dopo la decadenza di quella città, l’Arcivescovo di Nazareth, dimorante dal 1327, in seguito alla conquista saracena della Galilea; l’arcivescovo di Coron e altro vescovo greco, stabilitisi qui, nella loro comunità, dopo la metà del 1500, per gli eventi bellici della loro terra.

Il porto barlettano primeggiava come scalo di pellegrini e crociati in partenza e in arrivo dalla Terrasanta.

Qui sorge la chiesa del Santo Sepolcro, che dipendeva direttamente da Gerusalemme, e che possiede prestigiosi cimeli di quella terra, tra cui la cosiddetta “croce binata”, contenente alcuni pezzi della vera Croce. E ancora: nella chiesa di San Giacomo Maggiore e in quella di San Gaetano si conservano alcune reliquie delle Sacre Spine della Corona: vivamente venerate, così come quelle del Santo Legno.

A Barletta riposano le sacre spoglie del suo amato patrono San Ruggero: Vescovo dell’antica Canne.

In questa città la sera del 13 febbraio 1503 si snodò dalla Cattedrale di Santa Maria Maggiore la processione del Clero, con il quadro dell’Assunta, per onorare i Tredici Cavalieri che tornavano vincitori dalla famosa “Disfida”, e che resero vivo ringraziamento della vittoria riportata nella chiesa di Santa Maria Maddalena: l’attuale chiesa di San Domenico.

Barletta, infine, è la città dove tra le tante manifestazioni religiose, il Venerdì Santo di Pasqua si svolgono due solenni processioni: una pomeridiana e l’altra serale. Aspetti ecclesiali così copiosi e rilevanti, avvalorati dalla loro unicità, non potevano non produrre nei barlettani fervori di fede e vocazionali e incidere all’elevazione di parecchi religiosi alla dignità episcopale: cosa che la storia registra sino ai nostri giorni con la prestigiosa investitura alla porpora cardinalizia di Mons. Francesco Monterisi, primo Cardinale barlettano, che ben prospetta questa ricerca avvalorata dal supporto del simbolismo araldico.

Partendo dunque dalla presentazione araldica - in questo caso prelatizia - gli autori Francesco Pinto e Antonio Vitrani, dopo aver pubblicato “Barletta, stemmi di famiglie nobili” nel 2001 e “Barletta Città Regia” nel 2003, con relative schede storiche, ci offrono ora questo terzo lavoro “ Vescovi e Arcivescovi Barlettani”, in sintonia con i precedenti, scoprendoci un altro egregio pezzo di storia locale che travalica quest’area, seguendo appunto le “mitrate figure” di nostri eletti concittadini.

Questa ricerca viene quindi a dar più luce a religiosi barlettani assurti a vescovo nel corso di sette secoli, consentendoci una più fonda conoscenza della lor fede e della lor vita, in rapporto al proprio tempo e alla propria personalità.

Ancora una volta a dare un valido contributo è il diletto, la passione e l’amore per la propria terra, che scorrendo come pura sorgente nell’animo e nella mente, spingono quell’impulso di forte volontà che, pur senza volerlo, porta a competere con “i più addetti ai lavori”, pervenendo a lodevoli risultati, come bene attestano queste pagine. (Franco Lamonaca, giornalista).




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27 novembre 2010

Insegne prelatizie




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27 novembre 2010

Araldica episcopale

Agli albori del terzo millennio parlare di araldica, scienza ausiliaria della storia che rievoca gesta cavalleresche e favole medievali, può sembrare alquanto retorico e fuori moda ma è proprio la testimonianza di questi stemmi, per la maggior parte armi gentilizie, che ci permette, pure dopo secoli, di mantenere viva ed onorata la memoria di taluni personaggi.

La simbologia dell’araldica trae le sue più antiche origini proprio dal cristianesimo e da essa la Chiesa ha attinto sempre con particolare attenzione rinsaldando quella tradizione plurisecolare di diritto e di fede.

L’araldica ecclesiastica è ancora oggi viva, attuale e largamente usata; naturalmente, è meglio specificarlo, gli stemmi ecclesiastici non devono essere ritenuti simboli di vanagloria né tantomeno paragonati ad una sorta di simbolismo commerciale: la necessità dell’adozione degli stemmi da parte dei prelati trova la sua fonte nel diritto canonico che ne regola l’utilizzo e costituisce funzione di carattere certificativo. Inoltre, la purezza del simbolismo religioso riflette la personalità e la devozione del singolo ecclesiastico che ha speso la propria esistenza, con vocazione di santità, verso Santa Madre Chiesa.

L’origine e l’uso dei cappelli di verde, per i vescovi, arcivescovi e patriarchi, si vuole derivato dalla Spagna dove, nel Medioevo, i presuli usavano un cappello prelatizio di colore verde. Il cappello di rosso, invece, venne concesso ai cardinali nel 1245 da Papa Innocenzo IV, nel corso del Concilio di Lione, quale distintivo d’onore e di riconoscimento dagli altri prelati; il colore rosso fu scelto per esortarli ad essere sempre pronti per spargere il proprio sangue in difesa della libertà della Chiesa e del popolo cristiano.

Con L’istruzione sulle vesti, i titoli e gli stemmi dei cardinali, dei vescovi e dei prelati inferiori del 31 marzo 1969, firmato dall’Em. mo signor cardinale Segretario di Stato Amleto Cicognani, all’art. 28 si recita testualmente:

Ai cardinali e ai vescovi è permesso l’uso dello stemma. La configurazione di tale stemma dovrà essere conforme alle norme che regolano l’araldica e risultare opportunamente semplice e chiaro.

Nei successivi articoli, per quanto concerne le dignità ecclesiali che interessano questa ricerca, si precisa:

Gli eccellentissimi e reverendissimi vescovi timbrano lo scudo accollato ad una croce astile semplice d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, i cordoni e le nappe di verde. I fiocchi, in numero di dodici, sono disposti sei per parte, in tre ordini di 1, 2, 3.

Gli eccellentissimi e reverendissimi arcivescovi timbrano lo scudo accollato ad una croce astile patriarcale d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, i cordoni e le nappe di verde. I fiocchi, in numero di venti, sono disposti dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3, 4.

Il colore di verde, riguardante appunto i vescovi e gli arcivescovi, va usato altresì nell’inchiostro dei sigilli e negli stemmi riportati negli atti, quest’ultimi con i previsti segni convenzionali indicanti gli smalti.

Per concludere si può affermare che quei simboli, diventati poi figure araldiche, hanno offerto alla Chiesa i temi più svariati per indicare la missione pastorale del clero e per richiamare antiche tradizioni di culto, memorie di santi patroni e pie devozioni locali.




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27 novembre 2010

Mons. Tancredi Sansone

Discendente da un’antica famiglia nobile di origine lombarda, Sansone Tancredi fu vescovo di Bitonto dal 1299 al 1317; questo è quanto affermato sul manoscritto di Francesco Paolo de Leon, risalente al 1769, nell’appendice dedicata agli uomini illustri di Barletta. Lo storico indica in parentesi: ex regesto 1298, litt. D. fol.39. Questa notizia non è però confermata dalla cronotassi dei vescovi della Diocesi di Bitonto.

Dalle nostre ricerche sembra che Sansone Tancredi sostituì temporaneamente il vescovo di Bitonto, Leucio, che si era recato a Roma per un incarico ricevuto dalla Santa Sede.




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27 novembre 2010

Tancredi Sansone: Vescovo di Bitonto (1299- 1317).




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27 novembre 2010

Mons. Pascalis de Palmerio

Nessun riferimento documentale ci consente di stabilire la data di nascita di Pascalis, figlio di Giovanni de Palmerio, che potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XIII secolo poiché questo personaggio viene menzionato per la prima volta in un documento, datato 26 novembre 1308, dove si apprende che era uno dei sacerdoti della chiesa di S. Bartolomeo  in Barletta, ora non più esistente.

Successivamente Pascalis divenne Arciprete della Cattedrale di Barletta; queste notizie sono comprovate da diversi documenti datati 11, 13 e 25 maggio 1313. L’ultimo documento, stipulato dal notar magister Spina, in cui Pascalis viene menzionato come arciprete del Capitolo di Santa Maria Maggiore porta la data del 14 ottobre 1316.

Pascalis de Palmerio fu eletto vescovo di Canne nel 1317 durante il pontificato di Giovanni XXII; questa data è da ritenersi fondata poiché la prima volta che viene citato in qualità di Episcopus Cannensi trovasi in un documento datato all’inizio dell’anno 1318: ... apud Barolum, Nos Iohannes... eiusdem terre notaius et subscripti testes licterati... puplico Instrumento fatemur atque testatur. Quod predicto die Accersitis nobis personaliter, ad pa[lacium domini in] Christo Patris domini Pascalis miseratione divina Cannensis Episcopus [nom]ine et pro parte sue Cannensis Ecclesie ostendit nobis et puplice fecit legere [instrumenta] et scriptum unum eidem Cannensi Ecclesie pertinencia que...

Da quella data altre fonti documentali attestano l’attività del nuovo Pastore che, una volta presa conoscenza del patrimonio religioso locale, si dimostrò sempre attento nel governo della sua diocesi.

Dopo essersi reso conto che la Basilica e l’episcopio della cittadella di Canne erano ormai in rovina, il vescovo Pascalis, d’accordo col suo clero, trasferì la sede episcopale in Barletta in una strada poco distante dalla Cattedrale della città, l’attuale vico S. Pietro, che verrà detta appunto strada del vescovo cannese; nella chiesetta di S. Pietro furono officiate tutte le funzioni ecclesiastiche e ivi il vescovo svolse anche funzioni di vicario all’arcivescovo di Trani.

Un reperto molto importante nel definire la storia di questo illustre personaggio risale al 28 gennaio 1327 (notar Marinus de Leucio) poiché, per la prima volta, appare in un documento il sigillo che il vescovo Pascalis usava come suo emblema o stemma raffigurante l’effigie di S. Ruggero, già Vescovo di Canne ed elevato in seguito a Santo Protettore della Città di Barletta.

Il vescovo Pascalis morì in Barletta il 13 maggio 1340. Per suo volere volle essere sepolto nella chiesa di S. Giacomo, territorialmente appartenente alla diocesi di Canne. Ancora oggi, nella predetta chiesa, entrando a destra, si può ammirare uno splendido sarcofago del XIV secolo che contiene i resti di tre vescovi: Guglielmo, Pascalis e Galiberti.




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27 novembre 2010

Pascalis de Palmerio: Vescovo di Canne (1317- 1340).




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27 novembre 2010

Mons. Francesco Della Marra

Una prima testimonianza documentale di Francesco Della Marra, appartenente alla nobile e potente famiglia dei Baroni di Barletta, risale al 18 giugno 1321 poiché in quel periodo ricopriva la prima dignità del clero barlettano (arciprete di Santa Maria Maggiore dal 1321).

Il 14 dicembre 1325, con bolla emessa dal Sommo Pontefice Giovanni XXII, fu eletto Vescovo di Anglona, Diocesi suffraganea di Acerenza. Cinque anni dopo, lo stesso Pontefice, il 2 maggio 1330, lo nominò Arcivescovo di Cosenza; nello stesso giorno il Papa scelse anche il successore del vescovato di

Anglona eleggendo Guglielmo, Decano del Capitolo cosentino. Il 24 novembre 1330, in seguito alla sua promozione, Francesco Della Marra pagò alla Camera Apostolica i 600 fiorini per il comune servizio.

Il nuovo presule si adoperò subito per risolvere e organizzare meglio l’attività pastorale della diocesi e il 28 maggio 1342, Francesco Della Marra ricevette un delicato compito da Papa Clemente VI che lo incaricò di recuperare i beni del monastero di S. Giovanni in Fiore, ingiustamente occupati o illecitamente concessi.

Nel 1347 l’Arcivescovo consacrò l’altare maggiore del Duomo di Cosenza circondato dal tripudio dei fedeli.

La sua morte, con ogni probabilità, risale alla fine del 1353, dato che il suo successore, Pietro de Galganis, fu eletto nel gennaio dell’anno seguente.




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27 novembre 2010

Francesco Della Marra: Vescovo di Anglona (1325-1330), Arcivescovo di Cosenza (1330-1353).




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27 novembre 2010

Mons. Raynaldus de Barolo

Appartenente all’Ordine Domenicano, Raynaldus de Barolo fu valente predicatore, lettore in vari conventi dello stesso Ordine e fu anche Priore del Convento di S. Domenico in Napoli. Esercitò anche il vicariato di due arcivescovi tranesi. Un importante documento del Codice Diplomatico Barlettano recita testualmente: Frater Raynaldus de Barolo, Ordinis Predicatorum electus Cannensis Episcopus.

Eletto canonicamente il 25 giugno 1340, sotto il pontificato di Benedetto XII,28 Raynaldus fu confermato Vescovo di Canne il 6 settembre dello stesso anno da Rogerius, Arcivescovo di Bari e Canosa e Metropolitano della Chiesa Cannese; la conferma avvenne per mezzo del suo vicario Guillelmus. Per procedere alla sua elezione il Capitolo Cannese invitò l’arcidiacono di Bari, abbas Robertus Perrensis de Botonto, e diversi abati provenienti da Bari, Monopoli e Andria.

Ben presto il nuovo vescovo si distinse nel governo della diocesi per le sue eccezionali doti di pastore caritatevole e per la sua instancabile attività ecclesiastica.

Un documento del 9 febbraio 1343 certifica che il Vescovo, assieme al Capitolo Cannense, abitava nella casa di Francus domini Corradi Romani, in pictagio S. Marie (antico quartiere della Città di Barletta).

Il 1348 fu per la città di Barletta un tragico anno di peste (è detta la peste del Boccaccio) e in questo arco di tempo Raynaldus si distinse per il sollievo delle sofferenze dei numerosi appestati.

La morte del Vescovo Raynaldus avvenne il 10 gennaio 1376; nel suo testamento dispose il lascito di 200 once d’oro da consegnare al Papa, delle quali una metà erano custodite dalle monache di Santa Lucia e l’altra metà in custodia del magistrum Nucius de Taina de Barulo. Inoltre, un documento del 21 novembre 1384 attesta che Raynaldus, quand’era ancora in vita, assegnò delle somme di denaro alle chiese di Barletta e a due suore del monastero di Santa Lucia).




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27 novembre 2010

Raynaldus de Barolo: Vescovo di Canne (1340-1376).




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27 novembre 2010

Mons. Nicola Giovanni de Mangania

Nicola Giovanni de Mangania intraprese ben presto la strada religiosa formandosi nel clero di Santa Maria Maggiore di Barletta. Fedele a Santa Romama Chiesa, De Mangania non aderì allo scisma e nel 1384 fu eletto Vescovo di Salpi. Infatti, nell’Archivio del Capitolo Metropolitano (ora Biblioteca Diocesana) di Trani, collezione pergamene n. 285 [A], è conservato un documento inedito con il sigillo di piombo del Sommo Pontefice Urbano VI: 27 Gennaio 1384, NEAPOLI APUD MAIOREM ECCLESIAM NEAPOLITANAM VI ANNO DI URBANO VI PAPA. Il Papa Urbano VI comunica al Capitolo di Salpi che, in conseguenza della morte di Cobello, ha proceduto alla nomina del nuovo vescovo di quella città nella persona di Nicola de Mangania di Barletta.

L’avarizia delle fonti non ci consente di soffermarci sulla figura e sull’operato del vescovo per poter meglio delineare la fisionomia del suo episcopato in una diocesi povera avviata ormai sul viale del tramonto che costrinse il vescovo e il clero locale a trasferirsi a Barletta.

Da un importante documento testamentale si desume che il Vescovo Nicola Giovanni de Mangania morì in Barletta agli inizi dell’anno 1389 poiché il suo successore nella diocesi Salpense, il Vescovo Angelo, fu nominato il 30 aprile 1389.




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27 novembre 2010

Nicola Giovanni de Mangania: Vescovo di Salpi (1384-1389).




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