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Diario
28 marzo 2011
Marzo 2011- Pubblicata dal Comune di Barletta una nuova entusiasmante ricerca storica di Francesco Pinto: L’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, avvenuta in Barletta il 4 febbraio 1459.
Barletta è tra le poche città del Mezzogiorno
che può vantare un patrimonio memoriale importante, frutto di una storia
avvincente e straordinaria, denso di personaggi eccezionali e di avvenimenti
importanti.
L’abbinamento storico della Città di Barletta
con la famosa Disfida resta senz’altro l’episodio più importante e
reclamizzato, ma un altro avvenimento di grande rilevanza storica è stato
spesso poco valorizzato, a torto, rischiando di cadere nel dimenticatoio:
l’incoronazione a Barletta di Ferdinando I d’Aragona.
Questo volume, frutto di una lunga ricerca,
oltre che mettere in risalto un episodio praticamente unico e irripetibile per
la Città di Barletta, si propone di analizzare in maniera chiara gli episodi
chiave che determinarono il grande evento tentando una ricostruzione ricca di
significativi particolari legati alle giornate festose dell’incoronazione con le
testimonianze coeve degli ambasciatori presenti all’incoronazione che ci
consentono di acquisire altri interessanti particolari finora poco conosciuti.
| inviato da araldicailritorno il 28/3/2011 alle 11:33 | |
28 marzo 2011
Copertina del libro
| inviato da araldicailritorno il 28/3/2011 alle 11:32 | |
28 marzo 2011
Presentazione del libro acura del Prof. Generale Gaetano Nanula, Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana.
L’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona,
avvenuta in Barletta il 4 febbraio 1459, è un episodio talmente importante da
meritare indubbiamente molta più attenzione di quanto non gli sia stata finora
attribuita, in quanto attesta tutto il lustro e la grande importanza rivestita da
questa città, in quel tempo giustamente considerata “Caput Regionis”. Il protagonista riconosciuto nello scenario
politico-militare fu, in quell’epoca, senza ombra di dubbio, Ferdinando I
d’Aragona, chiamato Ferrante dai napoletani e Don Ferrando dai catalani.
Fin dalla sua giovane età non ebbe vita facile:
per seguire le orme del padre in Italia fu costretto a lasciare l’ambiente
catalano, ove si stava formando e ad affrontare una nuova realtà, adattandosi
ai nuovi usi e costumi e imparando un altro idioma che, per la verità, non
riuscì mai a padroneggiare alla perfezione. Da alcune sue lettere personali
risulta infatti sempre evidente uno stile incerto, ove si fondono con
ricorrenza il napoletano e il catalano.
Problematica e alquanto difficile risulterà per
Ferrante, chiamato con disprezzo “il bastardo”, anche la sua successione al
trono del Regno di Napoli.
Suo padre, Alfonso il Magnanimo, con fatica era
riuscito a ratificare la successione del figlio nel Parlamento di San Lorenzo
del 1443. Tale Parlamento fu ritenuto
invero di dubbia legalità, poiché alla sua composizione non parteciparono, come
consuetudine, gli alti prelati e i rappresentanti delle città demaniali,
rimanendo ristretto alla sola nobiltà.
Ne derivò quindi la convinzione che
l’aristocrazia potesse influire in modo determinante nel creare o detronizzare
qualsiasi re (le due terribili congiure dei baroni del regno furono una
inevitabile conseguenza).
Ferrante comunque, al di là delle atroci
repressioni attuate contro i suoi diretti nemici, governò a lungo e si dimostrò
uomo abilissimo negli affari diplomatici e politici e lungimirante nel
promulgare leggi che abolivano i soprusi dei baroni e rafforzavano lo Stato.
Verso la Città di Barletta il sovrano aragonese
ebbe sempre un rapporto particolare, accordando privilegi di vario genere e
conquistandosi grande fama di sovrano illuminato, avallata da molti studiosi,
locali e non, che hanno capovolto quell’alone di negatività talora perpetrato
in danno della sua immagine.
La sua immagine meritava dunque un’attenta
ricostruzione, nel contesto di un periodo storico particolarmente complesso,
che vede la Città di Barletta in tutta la sua prestigiosa e orgogliosa realtà
storica.
All’autore Francesco Pinto, che con tanta
passione e prolungata meditazione ha realizzato questa preziosa ricerca, va
quindi tributato un plauso particolare, con l’ammirata considerazione dei suoi
concittadini.
| inviato da araldicailritorno il 28/3/2011 alle 11:29 | |
28 marzo 2011
Incoronazione di Ferdinando I d'Aragona: ricostruzione ipotetica di Francesco Pinto
| inviato da araldicailritorno il 28/3/2011 alle 11:26 | |
27 novembre 2010
Ricerca storica:
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:51 | |
27 novembre 2010
Introduzione
Questa ricerca sui Vescovi e Arcivescovi Barlettani,
condotta da Francesco Pinto e Antonio Vitrani, chiude un’autentica trilogia
araldica che ha visionato gli stemmi delle famiglie nobili e gli stemmi reali
presenti nella Città di Barletta.
Il blog di Francesco Pinto con le sue interessanti
rubriche offre una carrellata di importanti personaggi rappresentati con i loro
stemmi (reali, nobiliari o prelatizi) e, ancora una volta, una chiara
testimonianza storica e culturale della Città di Barletta.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:50 | |
27 novembre 2010
cartina geografica: Domenico Vendola: Rationes Decimarum Italiae (Fasc. 84, foglio 1) Organizzazione delle diocesi nei secoli XIII e XIV:
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:49 | |
27 novembre 2010
Premessa: La cristianizzazione in Puglia
È opinione consolidata, nella ricostruzione delle
origini cristiane pugliesi, di attribuire a S. Pietro l’opera di
evangelizzazione e l’istituzione dell’episcopato di diverse diocesi della
nostra regione. Ovviamente si tratta di una notizia priva di ogni fondamento
storico alimentato da una consuetudine di stampo campanilistico finalizzato a
nobilitare le origini cristiane di paesi e città con l’abbinamento mirato a
santi, apostoli e martiri della cristianità antica. La maggior parte di questi
episodi puramente fantastici, mescolandosi con elementi storici attendibili,
sono però entrati nella coscienza popolare finendo col caratterizzare
l’identità storico-religiosa di determinate aree geografiche regionali o
urbane.
Il processo di cristianizzazione della Puglia, grazie
ad una rete viaria collaudata (via Appia e Traiana) e ad un articolato sistema
portuale regionale, si propagò rapidamente: naviganti e commercianti,
missionari e pellegrini costituirono un fenomenale scambio di idee, concezioni
ed esperienze con il vicino Oriente e fu soprattutto la fascia costiera
adriatica (Sipontum-Salapia-Bardulos-Turenum-Barium) che si distinse ben
presto, con una grande capacità di evoluzione, nell’interpretare magnificamente
quel ruolo di “ponte” tra le due diverse culture.
La Chiesa, dopo l’editto di tolleranza emesso da
Galerio nell’anno 311 e da Costantino nel 313, cominciò ad organizzare
sistematicamente la propria dottrina e iniziò a creare una fitta rete di
diocesi con cui Roma dialogava e a cui faceva pervenire le proprie direttive.
Inizialmente i confini delle diocesi erano approssimativi a quelli della città,
ma subivano continui mutamenti a causa della progressiva conversione al
Cristianesimo dei territori circostanti. L’episcopato
rappresentò subito fonte di potere e di prestigio; i vescovi infatti, oltre
alla riconosciuta autorità ecclesiastica, godevano di particolari privilegi,
per esempio l’esenzione dai munera
curialia e spesso, nel
territorio di pertinenza, svolgevano incarichi importanti attinenti la pubblica
amministrazione che tradizionalmente erano demandati alla magistratura civile.
In definitiva, con la presenza del vescovo, un
insediamento urbano anche di piccola entità assumeva un ruolo di città
preminente con l’aggregazione di nuovi territori per la pratica cultuale e per
la prassi liturgico-sacrale.1
L’ecclesia Barlettana, durante la sua storia, ha avuto
un’evoluzione complicata cercando inutilmente di crearsi una propria autonomia,
prima liberandosi da una ormai declassata diocesi Canosina e poi finendo spesso
in contrasto, con dispute lunghe ed ostinate, con l’antico e consolidato
episcopato Tranese. Infatti fu necessario l’intervento della Curia Pontificia
per sanzionare la definitiva sottomissione del clero barlettano al vescovo di
Trani con le bolle di Alessandro II nel 1063, Urbano II nel 1090, Callisto II
nel 1120 e Adriano IV nel 1158 e 1159. La distruzione di Bari per mano di
Guglielmo il Malo avvenuta nel 1156 e l’inizio del movimento crociato collocò
la Città di Barletta al centro di un intenso traffico da e per la Terra Santa comportando
uno sviluppo socio economico che determinò una progressiva espansione urbana
rendendo Barulum la principale città dell’Apulia settentrionale.
Al vigoroso risveglio religioso provocato dalle
crociate conseguì la decisione dei principali Ordini cavallereschi di scegliere
Barletta come loro sede regionale; vi si stanziarono infatti i Cavalieri del
Santo Sepolcro, i Gerosolimitani, i Templari, i Teutonici. Con l’inesorabile declino delle Crociate, a
testimonianza dell’alto tasso di religiosità del territorio, si insediarono
numerosi Ordini monastici (Benedettini, Francescani, Domenicani e Agostiniani)
e si costruirono numerosissime chiese.
Intorno a questi luoghi di culto, oltre alle attività
ecclesiastiche, gravitavano un insieme di iniziative assistenziali e
ospedaliere, venivano gestite scuole private dove si impartivano lezioni per
avviare alle arti e mestieri e si svolgevano attività educative che
contribuirono a sviluppare in maniera marcata la coscienza religiosa della
popolazione. Ciò nonostante, con la riforma del Concilio di Trento (1545-1563),
i Capitoli delle chiese più importanti della città non riuscirono a realizzare
le spinte autonomistiche di più antica aspirazione per rendersi indipendenti
dall’episcopato tranese poiché il clima riformistico post-tridentino sanzionò
in maniera negativa l’aumento del numero delle sedi episcopali. La città di
Barletta quindi, pur rimanendo religiosamente sempre assoggettata
all’Arcidiocesi di Trani, ebbe però il grande privilegio di
essere sede dell’Arcivescovado di Nazareth fino al
1818.
È noto che l’Arcivescovado di Nazareth in Palestina,
esistente dal tempo delle Crociate, per sfuggire alla persecuzione dei Turchi
fu costretto ad abbandonare la propria sede rifugiandosi dapprima a Tolemaide e
poi in Puglia, a Barletta, per continuare la serie degli arcivescovi nazareni.
Nel 1455 Papa Callisto III ingrandì la sede barlettana
della diocesi nazarena con l’annessione della Chiesa vescovile di Canne e dei
territori ad essa pertinenti; nel 1531 Papa Clemente VII vi annesse la Chiesa
di Monteverde2 e Carbonara.
L’Arcidiocesi di Nazareth fu soppressa il 27 giugno 1818 dal Sommo
Pontefice Pio VII, con Bolla Ulteriori, nel contesto storico dell’indirizzo
laicista della Rivoluzione francese; Monteverde fu unita alla Diocesi di S.
Angelo dei Lombardi (AV) mentre il Titolo Nazareno insieme a quello di Canne fu
dato all’Arcidiocesi di Trani, non essendo Barletta, nel 1818, Diocesi.
Il 21 aprile del 1860, con la Bolla Motu Proprio
Cunctis ubique pateat, Papa Pio IX elevò la città ad Arcidiocesi per perpetuare
in Barletta l’Arcidiocesi Nazarena.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:47 | |
27 novembre 2010
Trono vescovile
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:46 | |
27 novembre 2010
Presentazione
L’insigne economista Giuseppe Maria Galanti, nella sua
relazione sulla Puglia fatta al Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, in data
12 maggio 1791, riferendosi a Barletta, definisce “fenomeno unico forse in
tutto il mondo” la presenza di oltre 150 canonici, su una popolazione che
allora contava poco meno di 16.000 abitanti. Già questo dato, ci dice
eloquentemente come fosse di particolare importanza l’entità religiosa a
Barletta: la città delle cento chiese; con decine di conventi e sede dei
principali ordini religiosi e cavallereschi; dove risiedevano e amministravano
ben due vescovi e due arcivescovi: quello di Canne, qui trasferitosi nel 1318,
dopo la decadenza di quella città, l’Arcivescovo di Nazareth, dimorante dal
1327, in seguito alla conquista saracena della Galilea; l’arcivescovo di Coron
e altro vescovo greco, stabilitisi qui, nella loro comunità, dopo la metà del
1500, per gli eventi bellici della loro terra.
Il porto barlettano primeggiava come scalo di
pellegrini e crociati in partenza e in arrivo dalla Terrasanta.
Qui sorge la chiesa del Santo Sepolcro, che dipendeva
direttamente da Gerusalemme, e che possiede prestigiosi cimeli di quella terra,
tra cui la cosiddetta “croce binata”, contenente alcuni pezzi della vera Croce.
E ancora: nella chiesa di San Giacomo Maggiore e in quella di San Gaetano si
conservano alcune reliquie delle Sacre Spine della Corona: vivamente venerate,
così come quelle del Santo Legno.
A Barletta riposano le sacre spoglie del suo amato
patrono San Ruggero: Vescovo dell’antica Canne.
In questa città la sera del 13 febbraio 1503 si snodò
dalla Cattedrale di Santa Maria Maggiore la processione del Clero, con il
quadro dell’Assunta, per onorare i Tredici Cavalieri che tornavano vincitori
dalla famosa “Disfida”, e che resero vivo ringraziamento della vittoria
riportata nella chiesa di Santa Maria Maddalena: l’attuale chiesa di San
Domenico.
Barletta, infine, è la città dove tra le tante
manifestazioni religiose, il Venerdì Santo di Pasqua si svolgono due solenni
processioni: una pomeridiana e l’altra serale. Aspetti ecclesiali così copiosi
e rilevanti, avvalorati dalla loro unicità, non potevano non produrre nei
barlettani fervori di fede e vocazionali e incidere all’elevazione di parecchi
religiosi alla dignità episcopale: cosa che la storia registra sino ai nostri
giorni con la prestigiosa investitura alla porpora cardinalizia di Mons.
Francesco Monterisi, primo Cardinale barlettano, che ben prospetta questa
ricerca avvalorata dal supporto del simbolismo araldico.
Partendo dunque dalla presentazione araldica - in
questo caso prelatizia - gli autori Francesco Pinto e Antonio Vitrani, dopo
aver pubblicato “Barletta, stemmi di
famiglie nobili” nel 2001 e “Barletta
Città Regia” nel 2003, con relative schede storiche, ci offrono ora questo
terzo lavoro “ Vescovi e Arcivescovi
Barlettani”, in sintonia con i precedenti, scoprendoci un altro egregio
pezzo di storia locale che travalica quest’area, seguendo appunto le “mitrate
figure” di nostri eletti concittadini.
Questa ricerca viene quindi a dar più luce a religiosi
barlettani assurti a vescovo nel corso di sette secoli, consentendoci una più
fonda conoscenza della lor fede e della lor vita, in rapporto al proprio tempo
e alla propria personalità.
Ancora una volta a dare un valido contributo è il
diletto, la passione e l’amore per la propria terra, che scorrendo come pura
sorgente nell’animo e nella mente, spingono quell’impulso di forte volontà che,
pur senza volerlo, porta a competere con “i più addetti ai lavori”, pervenendo
a lodevoli risultati, come bene attestano queste pagine. (Franco Lamonaca,
giornalista).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:45 | |
27 novembre 2010
Insegne prelatizie
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:44 | |
27 novembre 2010
Araldica episcopale
Agli albori del terzo millennio parlare di araldica,
scienza ausiliaria della storia che rievoca gesta cavalleresche e favole
medievali, può sembrare alquanto retorico e fuori moda ma è proprio la
testimonianza di questi stemmi, per la maggior parte armi gentilizie, che ci
permette, pure dopo secoli, di mantenere viva ed onorata la memoria di taluni
personaggi.
La simbologia dell’araldica trae le sue più antiche
origini proprio dal cristianesimo e da essa la Chiesa ha attinto sempre con
particolare attenzione rinsaldando quella tradizione plurisecolare di diritto e
di fede.
L’araldica ecclesiastica è ancora oggi viva, attuale e
largamente usata; naturalmente, è meglio specificarlo, gli stemmi ecclesiastici
non devono essere ritenuti simboli di vanagloria né tantomeno paragonati ad una
sorta di simbolismo commerciale: la necessità dell’adozione degli stemmi da
parte dei prelati trova la sua fonte nel diritto canonico che ne regola
l’utilizzo e costituisce funzione di carattere certificativo. Inoltre, la
purezza del simbolismo religioso riflette la personalità e la devozione del
singolo ecclesiastico che ha speso la propria esistenza, con vocazione di
santità, verso Santa Madre Chiesa.
L’origine e l’uso dei cappelli di verde, per i
vescovi, arcivescovi e patriarchi, si vuole derivato dalla Spagna dove, nel
Medioevo, i presuli usavano un cappello prelatizio di colore verde. Il cappello
di rosso, invece, venne concesso ai cardinali nel 1245 da Papa Innocenzo IV,
nel corso del Concilio di Lione, quale distintivo d’onore e di riconoscimento
dagli altri prelati; il colore rosso fu scelto per esortarli ad essere sempre
pronti per spargere il proprio sangue in difesa della libertà della Chiesa e
del popolo cristiano.
Con L’istruzione
sulle vesti, i titoli e gli stemmi dei cardinali, dei vescovi e dei prelati
inferiori del 31 marzo
1969, firmato dall’Em. mo signor cardinale Segretario di Stato Amleto Cicognani, all’art. 28 si recita
testualmente:
Ai cardinali e ai vescovi è
permesso l’uso dello stemma. La configurazione di tale stemma dovrà essere
conforme alle norme che regolano l’araldica e risultare opportunamente semplice
e chiaro.
Nei successivi articoli, per quanto concerne le
dignità ecclesiali che interessano questa ricerca, si precisa:
Gli eccellentissimi e
reverendissimi vescovi timbrano lo scudo accollato ad una croce astile semplice
d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, i cordoni e le nappe di
verde. I fiocchi, in numero di dodici, sono disposti sei per parte, in tre
ordini di 1, 2, 3.
Gli eccellentissimi e
reverendissimi arcivescovi timbrano lo scudo accollato ad una croce astile
patriarcale d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, i cordoni e le
nappe di verde. I fiocchi, in numero di venti, sono disposti dieci per parte,
in quattro ordini di 1, 2, 3, 4.
Il colore di verde,
riguardante appunto i vescovi e gli arcivescovi, va usato altresì
nell’inchiostro dei sigilli e negli stemmi riportati negli atti, quest’ultimi
con i previsti segni convenzionali indicanti gli smalti.
Per concludere si può affermare che quei simboli,
diventati poi figure araldiche, hanno offerto alla Chiesa i temi più svariati
per indicare la missione pastorale del clero e per richiamare antiche
tradizioni di culto, memorie di santi patroni e pie devozioni locali.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:43 | |
27 novembre 2010
Mons. Tancredi Sansone
Discendente da un’antica famiglia nobile di origine
lombarda, Sansone
Tancredi fu vescovo di Bitonto dal 1299 al
1317; questo è quanto affermato sul manoscritto di Francesco Paolo de Leon,
risalente al 1769, nell’appendice dedicata agli uomini illustri di Barletta. Lo
storico indica in parentesi: ex
regesto 1298, litt. D. fol.39. Questa
notizia non è però confermata dalla cronotassi dei vescovi della Diocesi di
Bitonto.
Dalle nostre ricerche sembra che Sansone Tancredi
sostituì temporaneamente il vescovo di Bitonto, Leucio, che si era recato a
Roma per un incarico ricevuto dalla Santa Sede.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:42 | |
27 novembre 2010
Tancredi Sansone: Vescovo di Bitonto (1299- 1317).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:41 | |
27 novembre 2010
Mons. Pascalis de Palmerio
Nessun riferimento documentale ci consente di
stabilire la data di nascita di Pascalis, figlio di Giovanni de Palmerio, che
potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XIII secolo poiché questo
personaggio viene menzionato per la prima volta in un documento, datato 26
novembre 1308, dove si apprende che era uno dei sacerdoti della chiesa di S.
Bartolomeo in Barletta,
ora non più esistente.
Successivamente Pascalis divenne Arciprete della
Cattedrale di Barletta; queste notizie sono comprovate da diversi documenti datati 11, 13 e 25 maggio 1313. L’ultimo documento, stipulato dal notar magister Spina, in cui Pascalis viene menzionato come arciprete
del Capitolo di Santa Maria Maggiore porta la data del 14 ottobre 1316.
Pascalis de Palmerio fu eletto vescovo di Canne nel 1317 durante il pontificato di Giovanni XXII; questa data è da
ritenersi fondata poiché la prima volta che viene citato in qualità di Episcopus Cannensi trovasi in un documento datato all’inizio dell’anno
1318: ... apud
Barolum, Nos Iohannes... eiusdem terre notaius et subscripti testes
licterati... puplico Instrumento fatemur atque testatur. Quod predicto die Accersitis
nobis personaliter, ad pa[lacium domini in] Christo Patris domini Pascalis miseratione
divina Cannensis Episcopus [nom]ine et pro parte sue Cannensis Ecclesie
ostendit nobis et puplice fecit legere [instrumenta] et scriptum unum eidem Cannensi
Ecclesie pertinencia que...
Da quella data altre fonti documentali attestano
l’attività del nuovo Pastore che, una volta presa conoscenza del patrimonio
religioso locale, si dimostrò sempre attento nel governo della sua diocesi.
Dopo essersi reso conto che la Basilica e l’episcopio
della cittadella di Canne erano ormai in rovina, il vescovo Pascalis, d’accordo
col suo clero, trasferì la sede episcopale in Barletta in una strada poco
distante dalla Cattedrale della città, l’attuale vico S. Pietro, che verrà
detta appunto strada
del vescovo cannese; nella
chiesetta di S. Pietro furono officiate tutte le funzioni ecclesiastiche e ivi
il vescovo svolse anche funzioni di vicario all’arcivescovo di Trani.
Un reperto molto importante nel definire la storia di
questo illustre personaggio risale al 28 gennaio 1327 (notar Marinus de Leucio)
poiché, per la prima volta, appare in un documento il sigillo che il vescovo
Pascalis usava come suo emblema o stemma raffigurante l’effigie di S. Ruggero,
già Vescovo di Canne ed elevato in seguito a Santo Protettore della Città di
Barletta.
Il vescovo Pascalis morì in Barletta il 13 maggio
1340. Per suo volere volle essere sepolto nella chiesa di S.
Giacomo, territorialmente appartenente alla diocesi di Canne. Ancora oggi, nella predetta chiesa, entrando a destra, si può ammirare uno
splendido sarcofago del XIV secolo che contiene i resti di tre vescovi: Guglielmo,
Pascalis e Galiberti.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:40 | |
27 novembre 2010
Pascalis de Palmerio: Vescovo di Canne (1317- 1340).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:39 | |
27 novembre 2010
Mons. Francesco Della Marra
Una prima testimonianza documentale di Francesco Della
Marra, appartenente alla nobile e potente famiglia dei Baroni di Barletta,
risale al 18 giugno 1321 poiché in quel periodo ricopriva la prima dignità del
clero barlettano (arciprete di Santa Maria Maggiore dal 1321).
Il 14 dicembre 1325, con bolla emessa dal Sommo
Pontefice Giovanni XXII, fu eletto Vescovo di Anglona, Diocesi suffraganea di
Acerenza. Cinque anni dopo, lo stesso Pontefice, il 2 maggio 1330, lo nominò
Arcivescovo di Cosenza; nello stesso giorno il Papa scelse anche il successore
del vescovato di
Anglona eleggendo Guglielmo, Decano del Capitolo
cosentino. Il 24 novembre 1330, in seguito alla sua promozione, Francesco Della
Marra pagò alla Camera Apostolica i 600 fiorini per il comune servizio.
Il nuovo presule si adoperò subito per risolvere e
organizzare meglio l’attività pastorale della diocesi e il 28 maggio 1342,
Francesco Della Marra ricevette un delicato compito da Papa Clemente VI che lo
incaricò di recuperare i beni del monastero di S. Giovanni in Fiore,
ingiustamente occupati o illecitamente concessi.
Nel 1347 l’Arcivescovo consacrò l’altare maggiore del
Duomo di Cosenza circondato dal tripudio dei fedeli.
La sua morte, con ogni probabilità, risale alla fine
del 1353, dato che il suo successore, Pietro de Galganis, fu eletto nel gennaio
dell’anno seguente.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:38 | |
27 novembre 2010
Francesco Della Marra: Vescovo di Anglona (1325-1330), Arcivescovo di Cosenza (1330-1353).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:37 | |
27 novembre 2010
Mons. Raynaldus de Barolo
Appartenente all’Ordine Domenicano, Raynaldus de
Barolo fu valente predicatore, lettore in vari conventi dello stesso Ordine e fu anche Priore
del Convento di S. Domenico in Napoli. Esercitò anche il vicariato di due
arcivescovi tranesi. Un importante documento del Codice Diplomatico Barlettano
recita testualmente: Frater
Raynaldus de Barolo, Ordinis Predicatorum electus Cannensis
Episcopus.
Eletto canonicamente il 25 giugno 1340, sotto il
pontificato di Benedetto XII,28 Raynaldus fu confermato Vescovo di
Canne il 6 settembre dello stesso anno da Rogerius,
Arcivescovo di Bari e Canosa e Metropolitano della Chiesa Cannese; la conferma avvenne per mezzo del suo vicario Guillelmus. Per procedere alla sua elezione il Capitolo Cannese invitò l’arcidiacono di
Bari, abbas Robertus Perrensis de
Botonto, e diversi
abati provenienti da Bari, Monopoli e Andria.
Ben presto il nuovo vescovo si distinse nel governo
della diocesi per le sue eccezionali doti di pastore caritatevole e
per la sua instancabile attività ecclesiastica.
Un documento del 9 febbraio 1343 certifica che il
Vescovo, assieme al Capitolo Cannense, abitava nella casa di Francus domini Corradi Romani, in pictagio
S. Marie (antico quartiere della
Città di Barletta).
Il 1348 fu per la città di Barletta un tragico anno di
peste (è detta la peste del Boccaccio) e in questo arco di tempo Raynaldus si
distinse per il sollievo delle sofferenze dei numerosi appestati.
La morte del Vescovo Raynaldus avvenne il 10 gennaio
1376; nel suo testamento dispose il lascito di 200 once d’oro da consegnare al
Papa, delle quali una metà erano custodite dalle monache di Santa Lucia e
l’altra metà in custodia del magistrum Nucius
de Taina de Barulo. Inoltre, un
documento del 21 novembre 1384 attesta che Raynaldus, quand’era ancora in vita,
assegnò delle somme di denaro alle chiese di Barletta e a due suore del
monastero di Santa Lucia).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:36 | |
27 novembre 2010
Raynaldus de Barolo: Vescovo di Canne (1340-1376).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:35 | |
27 novembre 2010
Mons. Nicola Giovanni de Mangania
Nicola Giovanni de Mangania intraprese ben presto la strada religiosa formandosi nel clero di Santa
Maria Maggiore di Barletta. Fedele a Santa Romama Chiesa, De Mangania non aderì
allo scisma e nel 1384 fu eletto Vescovo di Salpi. Infatti, nell’Archivio del
Capitolo Metropolitano (ora Biblioteca Diocesana) di Trani, collezione
pergamene n. 285 [A], è conservato un documento inedito con il sigillo di
piombo del Sommo Pontefice Urbano VI: 27
Gennaio 1384, NEAPOLI APUD MAIOREM
ECCLESIAM NEAPOLITANAM VI ANNO DI URBANO VI PAPA. Il Papa
Urbano VI comunica al Capitolo di Salpi che, in conseguenza della morte di
Cobello, ha proceduto alla nomina del nuovo vescovo di quella città nella
persona di Nicola de Mangania di
Barletta.
L’avarizia delle fonti non ci consente di soffermarci
sulla figura e sull’operato del vescovo per poter meglio delineare la
fisionomia del suo episcopato in una diocesi povera avviata ormai sul viale del
tramonto che costrinse il vescovo e il clero locale a trasferirsi a Barletta.
Da un importante documento testamentale si desume che
il Vescovo Nicola Giovanni de Mangania morì in Barletta agli inizi dell’anno
1389 poiché il suo successore nella diocesi Salpense, il Vescovo Angelo, fu
nominato il 30 aprile 1389.
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27 novembre 2010
Nicola Giovanni de Mangania: Vescovo di Salpi (1384-1389).
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27 novembre 2010
Mons. Nicola Jacobi
Nicola Jacobi nacque a Barletta e nel travagliato
periodo circostanziato dallo Scisma d’Occidente, come tanti altri religiosi
della sua città, finì per aderire allo scismatico papa avignonese Clemente VII.
Il 30 marzo 1393 la longa manus dell’antipapa lo nominò Vescovo di Lucera.
Ovviamente destituito dopo la ricomposizione dello
Scisma, il suo nome non figura negli elenchi ufficiali della Santa Sede.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:31 | |
27 novembre 2010
Nicola Jacobi: Vescovo di Lucera (1393 -).
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27 novembre 2010
Mons. Nicola Antonio Quattromani
Discendente da una nobile famiglia originaria di
Cosenza, Nicola Antonio Quattromani fece parte del clero di Santa Maria
Maggiore di Barletta e il 4 luglio 1394 fu elevato alla
dignità episcopale da Papa Martino V che lo destinò a reggere la Diocesi di
Lucera; il 22 aprile del 1422 fu traslato nell’antica Diocesi di Salpi da
cui dipendeva anche Tressanti, il Casale di Stornara,
la prepositura (arcipretura) di Canosa e Casal Trinità (oggi Trinitapoli).
La Città di Salpi era già da
tempo avviata verso un declino inarrestabile tanto da far ritenere inutile la
sopravvivenza della Cattedra Episcopale in un territorio non più degno di
fregiarsi del titolo di sede vescovile. (Mons. Quattromani era diventato
Vescovo di Salpi dopo che tale sede ere rimasta vacante per ben quattro anni).
Per questo motivo si decise anzitempo di unire aeque principaliter la Cattedra di Salpi con quella di Trani, di cui
allora era Arcivescovo Francesco Carosio; nell’atto di unione fu convenuto che
quello dei due prelati che sarebbe sopravvissuto all’altro avrebbe ereditato le
due sedi.
Nicola Antonio Quattromani morì prima (9 febbraio
1425) e la Diocesi di Salpi fu soppressa dallo stesso Papa
Martino V e incardinata nell’Arcidiocesi di Trani, il cui presule, da quel
momento, si appellerà Archiepiscopus
Tranensis et Salpensis.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:29 | |
27 novembre 2010
Nicola Antonio Quattromani: Vescovo di Lucera (1394-1422), Vescovo di Salpi 1422-1425).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:28 | |
27 novembre 2010
Mons. Riccardo Galiberti
Discendente da una nobile famiglia, oriunda
dell’antica Canne da cui si presume che discenda S. Ruggero, patrono della
città di Barletta, Riccardo Galiberti fu arciprete
del Capitolo cannese e vicario generale dell’arcivescovo nazareno.
Il 14 gennaio 1408, su disposizione del Sommo
Pontefice Gregorio XII, Riccardo de Galiberto fu preconizzato Vescovo di Canne
diventando così il 24° vescovo di quella diocesi.
Riccardo Galiberti abitava in Barletta in pictagio S. Lazari e, come nuovo Vescovo di Canne, fu promotore di
diverse iniziative; infatti, poiché Consigliere della regina Giovanna II, molte
sue richieste per l’espletamento del suo mandato vennero esaudite e mandate a
compimento.
Un documento della stessa regina, datato 18 ottobre
1431, attesta la concessione al Vescovo di Canne di esigere la decima di tutto
il sale che si produce nel tenimento della città; tale somma sarà utilizzata
per la riparazione della chiesa di S. Ludovico in Canne e del ponte sul fiume
Ofanto.
Il presulato di Riccardo Galiberti durò per oltre
trent’anni, fino al 1439, anno della sua morte. Le sue spoglie
vennero tumulate nella chiesa di S. Giacomo in Barletta e,
ancora oggi, nell’avancorpo della suddetta chiesa esiste un sarcofago che
raccoglie i resti di tre vescovi cannesi appartenenti a Guglielmo, Pascalis e a
Riccardo Galiberti.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:27 | |
27 novembre 2010
Riccardo Galiberti: Vescovo di Canne (1408- 1439).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:25 | |
27 novembre 2010
Mons. Paolo Affaitati
Figlio di Vitolo e di una nobildonna di Bitonto, Paolo
Affaitati fu abate ed arcidiacono di Bari ed anche uomo generoso
e di insigni dottrine. La sua origine è incerta, poiché storici e ricercatori
locali lo inseriscono tra gli uomini illustri della Città di Barletta mentre la
Hierarchia
Catholica lo menziona de Botonto. Il Cappelletti e il Favale, nella Cronotassi dei
vescovi pugliesi, lo considerano di Monopoli.
Nessuna di queste città può essere esclusa, in quanto
la famiglia Affaitati, originaria di Cremona, si diramò in Barletta, Bitonto e
Monopoli, anche se, notoriamente, il ramo più importante, che si fregiava del
titolo di Marchese, era residente a Barletta e Canosa.
Per volontà del Sommo Pontefice Martino V divenne
Vescovo di Polignano dal 3 luglio 1420 al 14 giugno 1423; nello stesso anno
fu trasferito nella diocesi di Bitonto e diresse quella Curia con zelo e
amorevole pastoralità sino al 1457.
S.E. Mons. Paolo Affaitati morì a Bitonto nell’aprile
del 1457.
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:23 | |
27 novembre 2010
Paolo Affaitati: Vescovo di Polignano (1420-1423), Vescovo di Bitonto (1423- 1457).
| inviato da araldicailritorno il 27/11/2010 alle 21:22 | |
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