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Diario


1 febbraio 2016

Un'altra appassionante ricerca di Francesco Pinto

In libreria e in Biblioteca il nuovo libro di Francesco Pinto:

Barletta, le pietre nobili.Stemmario araldico e sintesi storiche.




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1 febbraio 2016

Copertina del libro




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1 febbraio 2016

Introduzione libro " Barletta le pietre nobili

La nostra città di Barletta, da tempi antichi sede riconosciuta di nobiltà civica, è scrigno di incommensurabili bellezze e di tesori sconosciuti o poco approfonditi, con una storia artistica e architettonica ancora tutta da scoprire.

Barletta, le pietre nobili. Stemmario araldico e sintesi storiche” è l’ennesima appassionante ricerca di Francesco Pinto protesa alla conoscenza e alla valorizzazione della nostra identità e del nostro territorio e, attraverso gli stemmi nobiliari, esaltarne l’aspetto storico; infatti questi simboli araldici che ancora oggi ammiriamo sui palazzi, nelle nostre chiese e nel nostro magnifico castello, evocano e talora illuminano frammenti della nostra storia millenaria.




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1 febbraio 2016

Stemmi vari inseriti nel volume




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1 febbraio 2016

Prefazione dell'autore

Attraverso questi stemmi, un tempo sistema-linguaggio di comunicazione visiva ed espressione delle valenze storiche, giuridiche e feudali, si sono rappresentati nel corso dei secoli l’identità, l’onore, la continuità e gli sviluppi genealogici di singole famiglie (non sempre necessariamente nobili), con i loro concreti diritti di possesso, di giurisdizione, di patronato e  di “indirizzi politici”.

Per conoscere, riconoscere e valorizzare questo patrimonio di ingente valore storico, documentale ma anche venale, mancava sino ad oggi una rassegna così cospicua che racchiudesse un vastissimo ed esauriente campionario di armi gentilizie, segno distintivo delle numerose famiglie nobili che hanno dato lustro alla città di Barletta.

I numerosi stemmi araldici presenti nella città di Barletta e in questo volume rigorosamente fotografati, raccolti e rappresentati, visti nell’importante ruolo di testimoni, di documenti primari, forniscono una “chiave di lettura originale” nel variegato panorama culturale del nostro territorio e contribuiscono, con la loro micro–storia, a fornire un contributo organico e complessivo della nostra storia locale.

Il volume è formato da circa 400 pagine a colori, con più di 200 foto di stemmi gentilizi presenti nella nostra città; ben 106 schede, riferite allo stemma in oggetto, sintetizzano in un’unica pagina gli episodi e i personaggi principali delle famiglie nobili che hanno fatto la storia del nostro territorio.

Il libro è a tiratura limitata e si può richiedere anche in Biblioteca Comunale.

 

L’autore: Francesco Pinto




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1 febbraio 2016

Saluto del Sindaco della Città di Barletta

Ci sono messaggi che si leggono sulle pietre. Pietre che raccontano la storia e anche per questo possono dirsi “nobili”, come le chiama Francesco Pinto nella raccolta, e nel “racconto”, dei simboli araldici che possiamo ancora ammirare sulle mura dei palazzi, sui pavimenti delle chiese, nel lapidario del Castello. E persino scoprire fortuitamente.                        

Contestualmente alle pagine dello “Stemmario” di Pinto ho ricevuto la bozza del volume “Archeologia, storia, arte. Materiali per la storia di Barletta”, con gli atti di un convegno svoltosi a Barletta nel febbraio 2015 a cura dell’Associazione del Centro Studi Normanno-Svevo: comprende un suggestivo saggio della prof.ssa Luisa Derosa in cui si dà conto anche del rinvenimento nel 1974, mentre si costruiva un complesso condominiale laddove un tempo erano le antiche mura lungo la direttrice per Trani, di un gruppo di 14 lastre sepolcrali e di altre reliquie di una “magnifica e ricca” casa. Purtroppo, al di là delle testimonianze materiali immediatamente raccolte e consegnate al museo civico, tutto il resto fu lasciato perdere.

Vogliamo credere che il lavoro di Francesco Pinto possa idealmente riscattare offese come queste della età moderna alla storia della “città-corona” che nel 1190 si cinse del privilegio di Tancredi di Sicilia. Per crescere ancora in epoca normanna e angioina, fino alle alterne vicende aragonesi, spagnole e francesi.

I simboli meticolosamente raccolti da Pinto costituiscono, dunque, una documentazione originale, se non proprio inedita, della complessa storia di una città profondamente mediterranea. E’stata storia di nobili e di plebe, di armi e di mercati, di arti e di mestieri. Resta la storia dell’ascesa della civitas Barulum che, dal tempo delle crociate a quello della Disfida, ha indotto la comunità cittadina a cercare l’emancipazione e l’autonomia a fronte delle più avanzate esperienze territoriali. Poi certo c’è stata l’involuzione fin quasi alla decadenza del ruolo della città. Ancora il suo riscatto, fino alla crisi che faticosamente si sta cercando di rimontare.

Serve, allora, conoscere questa storia, anche attraverso la narrazione dei simboli della vita passata.  Questa memoria offre la possibilità di riscoprire non solo i titoli di famiglie nobili (o che questo titolo hanno acquisito dando lustro alla città), ma soprattutto l’identità che la città si è data nel tempo. Quella che resta impressa sulla “pietra nobile”. Ma ancor più deve riuscire a vivere nella realtà civile dei nostri giorni.

                                                                                     Pasquale Cascella




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1 febbraio 2016

Alcuni stemmi del volume




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1 febbraio 2016

Presentazione di Victor Rivera Magos

Se dovessimo impegnarci a comprendere meglio le dinamiche che consentirono alla città di Barletta, a partire dal secolo XII, di affermarsi come centro di rilevanza internazionale sui principali scenari del Mediterraneo, molti sarebbero i temi da indagare, a partire dalla centralità assunta gradatamente dal porto tra gli scali granari adriatici. Una storia lunga, evidentemente, che parte dalla fondazione normanna della città politica e istituzionale, avvenuta de facto in concomitanza con la fondazione del regno di Ruggero II d’Altavilla, e passa attraverso le pagine celebri della pittura preimpressionista di De Nittis o quelle letterarie della Disfida e del suo romanzo scritto da  Massimo d’Azeglio per costruire sentimenti di unità nazionale in piena epoca risorgimentale.

Un racconto dunque, quello della storia di Barletta, che ci consentirebbe di osservare la dinamicità dei ceti dirigenti del territorio, impegnati nella costruzione del proprio spazio di potere politico e nel rafforzamento delle proprie prerogative economiche. Una storia di ricerca del potere che incrocia quella delle istituzioni politiche e religiose del Regno e si tramuta presto in pluralità di identità culturali e sociali.

Terra di vescovi ospiti, quello di Canne e quello di Nazareth, senza una diocesi da reggere e indirizzare, Barletta fu terra di grandi passioni e altrettanti conflitti. Primo fra tutti, quello tra gli arcivescovi tranesi e il clero barlettano che, all’inizio del secolo XII, inizia la costruzione della chiesa madre di Santa Maria e con essa costituisce il proprio capitolo. Nel fermento che anima il Mediterraneo, accoglie, questa città che è una Terra, secondo quanto emerge dai documenti della corona, anche le comunità religiose che provengono dalla Terrasanta.

L’epopea crociata conduce a Barletta Templari, Giovanniti, Teutonici, canonici del Santo Sepolcro e di Nazareth: tutte comunità che avrebbero reso celebre la città nel Mediterraneo, facendone entrare il nome nelle Canzoni delle gesta dei Franchi.

Barletta è città cosmopolita, o almeno lo è stata per lungo tempo.

Le sue famiglie, qui stanziatesi secolo dopo secolo, tessevano le trame dei propri interessi, operando per accrescere le proprie ricchezze e, con esse, il potere e l’influenza detenuta.

Di tutte queste cose, in una rassegna utilissima a chi approccia il complesso mondo della storia cittadina, tratta il volume di Francesco Pinto, intitolato Le pietre nobili.

Va chiarito: non si tratta di  una “storia della città”, ma di un percorso guidato attraverso gli stemmi araldici conservati in città, collocati ancora sulle facciate dei palazzi storici, incastrati tra porte e finestre, raccolti nel lapidario del castello o nei cortili e nei chiostri dei conventi e delle chiese. Ad ogni stemma, appositamente fotografato, corrisponde una breve descrizione della famiglia a cui apparteneva, con qualche nota storica. Una breve descrizione, va ribadito; non un trattato prosopografico, ma una piccola introduzione a supporto delle immagini, misurata sugli scritti degli eruditi e degli storici che ne parlarono, per costruire intorno a quegli stemmi un racconto di storia araldica e di storia della città che possa essere utile a quanti si approcciano a un tema complesso e affascinante come quello, appunto, dell’araldica.

Sono nobili, queste pietre, non perché tutte appartenenti a famiglie che potessero vantare quarti di nobiltà. Il lettore che si approcci al volume si accorgerebbe subito che nella rassegna fotografica e testuale che Pinto propone quelle pietre appartengono certamente a palazzi che il tempo ha nobilitato, restituendoceli nella loro bellezza e in qualche caso imponenza. Tuttavia, il lettore attento saprebbe anche distinguere, attraverso i profili brevi che Pinto affianca a ciascuno stemma familiare, anche quelli della appartenenza cetuale, spesso nobiliare, molto più spesso commerciale, finanziaria, “borghese”, che non sempre è possibile definire “nobile”.

Un utile strumento per districarsi nella storia lunga della città, dunque, certamente non definitivo né immune da futuri emendamenti o correzioni che, anzi, chi scrive auspica arrivino presto, perché un libro come questo rappresenta una traccia, una rassegna, un tentativo di mettere ordine, catalogare il patrimonio esistente, provare a individuare ceppi familiari, associati a ciascuno stemma araldico, senza la convinzione di aver detto l’ultima parola. Dove Pinto non riesce, infatti, si ferma, offrendo una sorta di appendice di pietre “ignote”, ancora da identificare, con l’umiltà che è propria alla sua personalità, ma soprattutto come dovrebbe fare chiunque si approcci alla ricerca storica con onestà e intelligenza, evitando di proporre assiomi definitivi.

La storia, infatti, è materia intangibile e per questo, a chi vi si approcci, spesso pericolosamente modellabile. Nell’apparente tangibilità di un monumento, di un’opera d’arte, di un documento archeologico e pergamenaceo, infatti, si cela il grande inganno della storia, che è nella sua inconsistenza materiale, nonostante l’apparente percettibilità al tatto offerta dai suoi testimoni provi a convincerci del contrario. Per questo, essa è sempre mobile e la sua analisi si offre come materia viva a chi ne indaga aspetti particolari. Materia mai definitiva, sempre discutibile e rinnovabile. Per questo, dunque, il volume di Pinto può considerarsi come un ulteriore tassello da inserire nel complesso mosaico della ricca vicenda di coloro che nel tempo hanno provato a ordinare quella materia, che in questo caso è la storia lunga della città di Barletta.

Come tale va apprezzato, tra gli strumenti al servizio di coloro che ancora si metteranno sulle tracce di quella storia, provando a chiarire, discutere, riordinare ancora.

 

                                                                                  Victor Rivera Magos




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1 febbraio 2016

Alcuni stemmi del libro di Francesco Pinto "Le pietre nobili"




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17 marzo 2015

Giovanni Pipino: un barlettano alla corte di tre RE

E’ questo il titolo di una nuova ed importante ricerca di Francesco Pinto, abile nel tessere le imprese e le lodi di un cittadino barlettano che, agli albori del 1300, raggiunse le più alte cariche nella corte Angioina.

L’autore, non nuovo in queste interessanti ricerche, dopo l’ottima pubblicazione del libro Barletta, l’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, si immerge nella selezione di importanti ed antiche pergamene risalenti alla fine del  XIII e all’inizio XIV secolo narrando cronologicamente le imprese di questo interessante personaggio figlio della nostra amata città.

La ricerca è imperniata esclusivamente su Giovanni Pipino, capostipite dell’omonima casata, escludendo a priori i successori omonimi che tanto scompiglio ed efferatezze portarono in seguito sul nostro territorio.

Il libro non è stato pubblicato causa la crisi dell’editoria locale e della sordità dell’Amministrazione Comunale ma l’autore ha ritenuto opportuno stampare alcune copie e donarle alla nostra Biblioteca Comunale per favorire la divulgazione di questo importante lavoro.

Basterà quindi richiedere copia della ricerca in Biblioteca (collocazione: AP C – 462)per leggere le imprese di questo epico personaggio che seppe conquistare la Lucera saracenorum nell’agosto del 1300.




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17 marzo 2015

Giovanni Pipino: un barlettano alla corte di tre Re




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17 marzo 2015

Valore dell'opera

Fra gli studiosi contemporanei di storia barlettana annoveriamo con affetto e gratitudine Francesco Pinto, cultore, tra l’altro, di araldica e onomastica che riguarda la nostra Città. Con la sua peculiare discrezione ed eleganza ci dona, in questo libro, il frutto di una sua laboriosa ricerca sul condottiero barlettano Giovanni Pipino, vissuto a cavallo fra il XIII e XIV secolo alla Corte dei Re angioini Carlo I, Carlo II e Roberto I.

L’opera, di facile lettura, contribuisce a dimostrare che la grandezza di un città, nel nostro caso Barletta, non si misura soltanto attraverso i fatti ivi accaduti (spesso romanzati e asserviti ad un pur necessario turismo locale) e le gesta di chi vi trascorse gran parte o tutta la sua vita, ma anche attraverso l’importanza assunta altrove dai suoi cittadini.

Marc Bloch, nella sua “Apologia della storia”, afferma che essa, lungi dall’essere la scienza del passato come i più sostengono, è lo studio a posteriori delle opere compiute dalle società, che “rimodellano secondo i propri bisogni il suolo su cui vivono”. Questi sono - e “ciascuno lo avverte istintivamente” - i “fatti storici”.

Ancora Bloch: [...] l’oggetto della storia è per sua natura l’uomo. O meglio: gli uomini. [...] La storia vuol cogliere gli uomini al di là delle forme sensibili del paesaggio, degli arnesi o delle macchine, degli scritti in apparenza più freddi e delle istituzioni in apparenza più completamente staccate da coloro che le hanno create. E chi non riesce a farlo “non sarà, nel migliore dei casi, che un manuale dell’erudizione. Il buon storico somiglia all’orco della fiaba: dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda.”

Ecco allora una carrellata delle imprese del Pipino e delle cariche da lui ricoperte una dopo l’altra nella Corte angioina, a dimostrazione di quanto potere avesse Barletta nell’allora Regnum Siciliae e di quanto siano abili i suoi figli – in ogni epoca – a “rimodellare” il suolo su cui vivono con l’intraprendenza e il coraggio che li contraddistingue, senza mai dimenticare le loro origini.

 

Francesca De Santis




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17 marzo 2015

Introduzione libro: Giovanni Pipino, un barlettano alla corte di tre Re

Questa appassionante ricerca riguarda le vicende storiche di un personaggio di Barletta “di oscuri natali” (così infatti fu definito dal Villani, famoso cronista del ‘300) che, grazie alle sue capacità, seppe meritarsi la fiducia illimitata di ben tre Re.

Durante il periodo della monarchia angioina, in netta contrapposizione con l’elevata tassazione cui era sottoposto tutto il Meridione d’Italia, la Corona creò occasioni di promozione sociale attraverso il conferimento della “militia”, il servizio regio e l’ingresso nella “familiaritas” o nello status di “consiliarius”; di pari passo la città di Barletta, proclamata Città Regia nel lontano 1190 da Re Tancredi di Sicilia, ebbe la possibilità (in quanto città demaniale sotto il diretto controllo del re) di privilegiare alcuni suoi cittadini con un ingresso più facilitato nella dissestata amministrazione burocratica del governo regio.

Giovanni Pipino fu uno di questi: assunto a Corte, non smise mai di meritare l’illimitata fiducia dei suoi re, acquisendo con la sua epica impresa (la distruzione della colonia saracena di Lucera) una posizione completa, multiforme e onnipotente tanto da essere annoverato tra i più importanti e prestigiosi nobili del Regno di Napoli.

Questo messaggio culturale, utile strumento di consultazione, consente di conoscere meglio la figura storica di un barlettano ignorato dai più, appena accennato nelle cronache cittadine, anche in considerazione delle fonti scarse e spesso contraddittorie risalenti al periodo compreso tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV.




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17 marzo 2015

Cappella Pipino: S. Pietro a Maiella, Napoli




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17 marzo 2015

Sepolcro Pipino




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17 marzo 2015

Stemma Pipino




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17 marzo 2015

Giovanni Pipino: un epico personaggio

Quali considerazioni potrebbero essere fatte su questo emblematico personaggio, soprattutto in relazione all’horrenda strage di Lucera?

Bisognerebbe innanzitutto rapportare l’azione di Giovanni Pipino ai tempi in cui visse: considerarlo un uomo di Stato che seppe raggiungere senza mezzi termini i fini proposti dalla politica del Re. Se l’azione nei confronti di Lucera sia stata giusta o crudele, può dirlo solo una eventuale valutazione politica del suo operato.

Lo stesso Machiavelli, infatti, definito come il fondatore della moderna scienza politica, rivendica vigorosamente l’autonomia nel campo dell’azione politica e afferma che l’agire degli uomini di Stato va studiato e valutato solo in base alle leggi in vigore per garantirne poi il perfetto funzionamento. Per quanto concerne la religione, a Machiavelli essa non interessa nella sua prospettiva concettuale, come contenuto di verità, né tanto meno nella sua dimensione spirituale, come garanzia di salvezza, ma solo ed esclusivamente come instrumentum regni, ossia come strumento di governo.

A Pipino vanno riconosciute certamente l’ambizione, la tenacia, la lungimiranza nel compiere scelte a prima vista azzardate, ma soprattutto il senso dello Stato, che può tradursi in amore per la propria terra e per il proprio Re o al contrario in sete di gloria da raggiungere anche con spietata disumanità.

In ogni frangente Giovanni Pipino dimostrò sempre un’assoluta fedeltà al Re e questa virtù eccezionale del singolo, del politico-eroe, del promotore di chiese e cattedrali, gli garantisce una fama più ampia, fama di grande ed epico personaggio della nostra terra.




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28 marzo 2011

Marzo 2011- Pubblicata dal Comune di Barletta una nuova entusiasmante ricerca storica di Francesco Pinto: L’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, avvenuta in Barletta il 4 febbraio 1459.

Barletta è tra le poche città del Mezzogiorno che può vantare un patrimonio memoriale importante, frutto di una storia avvincente e straordinaria, denso di personaggi eccezionali e di avvenimenti importanti.

L’abbinamento storico della Città di Barletta con la famosa Disfida resta senz’altro l’episodio più importante e reclamizzato, ma un altro avvenimento di grande rilevanza storica è stato spesso poco valorizzato, a torto, rischiando di cadere nel dimenticatoio: l’incoronazione a Barletta di Ferdinando I d’Aragona.

Questo volume, frutto di una lunga ricerca, oltre che mettere in risalto un episodio praticamente unico e irripetibile per la Città di Barletta, si propone di analizzare in maniera chiara gli episodi chiave che determinarono il grande evento tentando una ricostruzione ricca di significativi particolari legati alle giornate festose dell’incoronazione con le testimonianze coeve degli ambasciatori presenti all’incoronazione che ci consentono di acquisire altri interessanti particolari finora poco conosciuti.




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28 marzo 2011

Copertina del libro





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28 marzo 2011

Presentazione del libro acura del Prof. Generale Gaetano Nanula, Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana.

L’incoronazione di Ferdinando I d’Aragona, avvenuta in Barletta il 4 febbraio 1459, è un episodio talmente importante da meritare indubbiamente molta più attenzione di quanto non gli sia stata finora attribuita, in quanto attesta tutto il lustro e la grande importanza rivestita da questa città, in quel tempo giustamente considerata “Caput Regionis”.

Il protagonista riconosciuto nello scenario politico-militare fu, in quell’epoca, senza ombra di dubbio, Ferdinando I d’Aragona, chiamato Ferrante dai napoletani e Don Ferrando dai catalani.

Fin dalla sua giovane età non ebbe vita facile: per seguire le orme del padre in Italia fu costretto a lasciare l’ambiente catalano, ove si stava formando e ad affrontare una nuova realtà, adattandosi ai nuovi usi e costumi e imparando un altro idioma che, per la verità, non riuscì mai a padroneggiare alla perfezione. Da alcune sue lettere personali risulta infatti sempre evidente uno stile incerto, ove si fondono con ricorrenza il napoletano e il catalano.

Problematica e alquanto difficile risulterà per Ferrante, chiamato con disprezzo “il bastardo”, anche la sua successione al trono del Regno di Napoli.

Suo padre, Alfonso il Magnanimo, con fatica era riuscito a ratificare la successione del figlio nel Parlamento di San Lorenzo del 1443. Tale  Parlamento fu ritenuto invero di dubbia legalità, poiché alla sua composizione non parteciparono, come consuetudine, gli alti prelati e i rappresentanti delle città demaniali, rimanendo ristretto alla sola nobiltà.

Ne derivò quindi la convinzione che l’aristocrazia potesse influire in modo determinante nel creare o detronizzare qualsiasi re (le due terribili congiure dei baroni del regno furono una inevitabile conseguenza).

Ferrante comunque, al di là delle atroci repressioni attuate contro i suoi diretti nemici, governò a lungo e si dimostrò uomo abilissimo negli affari diplomatici e politici e lungimirante nel promulgare leggi che abolivano i soprusi dei baroni e rafforzavano lo Stato.

Verso la Città di Barletta il sovrano aragonese ebbe sempre un rapporto particolare, accordando privilegi di vario genere e conquistandosi grande fama di sovrano illuminato, avallata da molti studiosi, locali e non, che hanno capovolto quell’alone di negatività talora perpetrato in danno della sua immagine.

La sua immagine meritava dunque un’attenta ricostruzione, nel contesto di un periodo storico particolarmente complesso, che vede la Città di Barletta in tutta la sua prestigiosa e orgogliosa realtà storica.

All’autore Francesco Pinto, che con tanta passione e prolungata meditazione ha realizzato questa preziosa ricerca, va quindi tributato un plauso particolare, con l’ammirata considerazione dei suoi concittadini.




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28 marzo 2011

Incoronazione di Ferdinando I d'Aragona: ricostruzione ipotetica di Francesco Pinto





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27 novembre 2010

Ricerca storica:




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27 novembre 2010

Introduzione

Questa ricerca sui Vescovi e Arcivescovi Barlettani, condotta da Francesco Pinto e Antonio Vitrani, chiude un’autentica trilogia araldica che ha visionato gli stemmi delle famiglie nobili e gli stemmi reali presenti nella Città di Barletta.

Il blog di Francesco Pinto con le sue interessanti rubriche offre una carrellata di importanti personaggi rappresentati con i loro stemmi (reali, nobiliari o prelatizi) e, ancora una volta, una chiara testimonianza storica e culturale della Città di Barletta.




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27 novembre 2010

cartina geografica: Domenico Vendola: Rationes Decimarum Italiae (Fasc. 84, foglio 1) Organizzazione delle diocesi nei secoli XIII e XIV:




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27 novembre 2010

Premessa: La cristianizzazione in Puglia

È opinione consolidata, nella ricostruzione delle origini cristiane pugliesi, di attribuire a S. Pietro l’opera di evangelizzazione e l’istituzione dell’episcopato di diverse diocesi della nostra regione. Ovviamente si tratta di una notizia priva di ogni fondamento storico alimentato da una consuetudine di stampo campanilistico finalizzato a nobilitare le origini cristiane di paesi e città con l’abbinamento mirato a santi, apostoli e martiri della cristianità antica. La maggior parte di questi episodi puramente fantastici, mescolandosi con elementi storici attendibili, sono però entrati nella coscienza popolare finendo col caratterizzare l’identità storico-religiosa di determinate aree geografiche regionali o urbane.

Il processo di cristianizzazione della Puglia, grazie ad una rete viaria collaudata (via Appia e Traiana) e ad un articolato sistema portuale regionale, si propagò rapidamente: naviganti e commercianti, missionari e pellegrini costituirono un fenomenale scambio di idee, concezioni ed esperienze con il vicino Oriente e fu soprattutto la fascia costiera adriatica (Sipontum-Salapia-Bardulos-Turenum-Barium) che si distinse ben presto, con una grande capacità di evoluzione, nell’interpretare magnificamente quel ruolo di “ponte” tra le due diverse culture.

La Chiesa, dopo l’editto di tolleranza emesso da Galerio nell’anno 311 e da Costantino nel 313, cominciò ad organizzare sistematicamente la propria dottrina e iniziò a creare una fitta rete di diocesi con cui Roma dialogava e a cui faceva pervenire le proprie direttive. Inizialmente i confini delle diocesi erano approssimativi a quelli della città, ma subivano continui mutamenti a causa della progressiva conversione al

Cristianesimo dei territori circostanti. L’episcopato rappresentò subito fonte di potere e di prestigio; i vescovi infatti, oltre alla riconosciuta autorità ecclesiastica, godevano di particolari privilegi, per esempio l’esenzione dai munera curialia e spesso, nel territorio di pertinenza, svolgevano incarichi importanti attinenti la pubblica amministrazione che tradizionalmente erano demandati alla magistratura civile.

In definitiva, con la presenza del vescovo, un insediamento urbano anche di piccola entità assumeva un ruolo di città preminente con l’aggregazione di nuovi territori per la pratica cultuale e per la prassi liturgico-sacrale.1

L’ecclesia Barlettana, durante la sua storia, ha avuto un’evoluzione complicata cercando inutilmente di crearsi una propria autonomia, prima liberandosi da una ormai declassata diocesi Canosina e poi finendo spesso in contrasto, con dispute lunghe ed ostinate, con l’antico e consolidato episcopato Tranese. Infatti fu necessario l’intervento della Curia Pontificia per sanzionare la definitiva sottomissione del clero barlettano al vescovo di Trani con le bolle di Alessandro II nel 1063, Urbano II nel 1090, Callisto II nel 1120 e Adriano IV nel 1158 e 1159. La distruzione di Bari per mano di Guglielmo il Malo avvenuta nel 1156 e l’inizio del movimento crociato collocò la Città di Barletta al centro di un intenso traffico da e per la Terra Santa comportando uno sviluppo socio economico che determinò una progressiva espansione urbana rendendo Barulum la principale città dell’Apulia settentrionale.

Al vigoroso risveglio religioso provocato dalle crociate conseguì la decisione dei principali Ordini cavallereschi di scegliere Barletta come loro sede regionale; vi si stanziarono infatti i Cavalieri del Santo Sepolcro, i Gerosolimitani, i Templari, i Teutonici. Con l’inesorabile declino delle Crociate, a testimonianza dell’alto tasso di religiosità del territorio, si insediarono numerosi Ordini monastici (Benedettini, Francescani, Domenicani e Agostiniani) e si costruirono numerosissime chiese.

Intorno a questi luoghi di culto, oltre alle attività ecclesiastiche, gravitavano un insieme di iniziative assistenziali e ospedaliere, venivano gestite scuole private dove si impartivano lezioni per avviare alle arti e mestieri e si svolgevano attività educative che contribuirono a sviluppare in maniera marcata la coscienza religiosa della popolazione. Ciò nonostante, con la riforma del Concilio di Trento (1545-1563), i Capitoli delle chiese più importanti della città non riuscirono a realizzare le spinte autonomistiche di più antica aspirazione per rendersi indipendenti dall’episcopato tranese poiché il clima riformistico post-tridentino sanzionò in maniera negativa l’aumento del numero delle sedi episcopali. La città di Barletta quindi, pur rimanendo religiosamente sempre assoggettata all’Arcidiocesi di Trani, ebbe però il grande privilegio di

essere sede dell’Arcivescovado di Nazareth fino al 1818.

È noto che l’Arcivescovado di Nazareth in Palestina, esistente dal tempo delle Crociate, per sfuggire alla persecuzione dei Turchi fu costretto ad abbandonare la propria sede rifugiandosi dapprima a Tolemaide e poi in Puglia, a Barletta, per continuare la serie degli arcivescovi nazareni.

Nel 1455 Papa Callisto III ingrandì la sede barlettana della diocesi nazarena con l’annessione della Chiesa vescovile di Canne e dei territori ad essa pertinenti; nel 1531 Papa Clemente VII vi annesse la Chiesa di Monteverde2 e Carbonara.

L’Arcidiocesi di Nazareth fu soppressa il 27 giugno 1818 dal Sommo Pontefice Pio VII, con Bolla Ulteriori, nel contesto storico dell’indirizzo laicista della Rivoluzione francese; Monteverde fu unita alla Diocesi di S. Angelo dei Lombardi (AV) mentre il Titolo Nazareno insieme a quello di Canne fu dato all’Arcidiocesi di Trani, non essendo Barletta, nel 1818, Diocesi.

Il 21 aprile del 1860, con la Bolla Motu Proprio Cunctis ubique pateat, Papa Pio IX elevò la città ad Arcidiocesi per perpetuare in Barletta l’Arcidiocesi Nazarena.




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27 novembre 2010

Trono vescovile




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27 novembre 2010

Presentazione

L’insigne economista Giuseppe Maria Galanti, nella sua relazione sulla Puglia fatta al Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, in data 12 maggio 1791, riferendosi a Barletta, definisce “fenomeno unico forse in tutto il mondo” la presenza di oltre 150 canonici, su una popolazione che allora contava poco meno di 16.000 abitanti. Già questo dato, ci dice eloquentemente come fosse di particolare importanza l’entità religiosa a Barletta: la città delle cento chiese; con decine di conventi e sede dei principali ordini religiosi e cavallereschi; dove risiedevano e amministravano ben due vescovi e due arcivescovi: quello di Canne, qui trasferitosi nel 1318, dopo la decadenza di quella città, l’Arcivescovo di Nazareth, dimorante dal 1327, in seguito alla conquista saracena della Galilea; l’arcivescovo di Coron e altro vescovo greco, stabilitisi qui, nella loro comunità, dopo la metà del 1500, per gli eventi bellici della loro terra.

Il porto barlettano primeggiava come scalo di pellegrini e crociati in partenza e in arrivo dalla Terrasanta.

Qui sorge la chiesa del Santo Sepolcro, che dipendeva direttamente da Gerusalemme, e che possiede prestigiosi cimeli di quella terra, tra cui la cosiddetta “croce binata”, contenente alcuni pezzi della vera Croce. E ancora: nella chiesa di San Giacomo Maggiore e in quella di San Gaetano si conservano alcune reliquie delle Sacre Spine della Corona: vivamente venerate, così come quelle del Santo Legno.

A Barletta riposano le sacre spoglie del suo amato patrono San Ruggero: Vescovo dell’antica Canne.

In questa città la sera del 13 febbraio 1503 si snodò dalla Cattedrale di Santa Maria Maggiore la processione del Clero, con il quadro dell’Assunta, per onorare i Tredici Cavalieri che tornavano vincitori dalla famosa “Disfida”, e che resero vivo ringraziamento della vittoria riportata nella chiesa di Santa Maria Maddalena: l’attuale chiesa di San Domenico.

Barletta, infine, è la città dove tra le tante manifestazioni religiose, il Venerdì Santo di Pasqua si svolgono due solenni processioni: una pomeridiana e l’altra serale. Aspetti ecclesiali così copiosi e rilevanti, avvalorati dalla loro unicità, non potevano non produrre nei barlettani fervori di fede e vocazionali e incidere all’elevazione di parecchi religiosi alla dignità episcopale: cosa che la storia registra sino ai nostri giorni con la prestigiosa investitura alla porpora cardinalizia di Mons. Francesco Monterisi, primo Cardinale barlettano, che ben prospetta questa ricerca avvalorata dal supporto del simbolismo araldico.

Partendo dunque dalla presentazione araldica - in questo caso prelatizia - gli autori Francesco Pinto e Antonio Vitrani, dopo aver pubblicato “Barletta, stemmi di famiglie nobili” nel 2001 e “Barletta Città Regia” nel 2003, con relative schede storiche, ci offrono ora questo terzo lavoro “ Vescovi e Arcivescovi Barlettani”, in sintonia con i precedenti, scoprendoci un altro egregio pezzo di storia locale che travalica quest’area, seguendo appunto le “mitrate figure” di nostri eletti concittadini.

Questa ricerca viene quindi a dar più luce a religiosi barlettani assurti a vescovo nel corso di sette secoli, consentendoci una più fonda conoscenza della lor fede e della lor vita, in rapporto al proprio tempo e alla propria personalità.

Ancora una volta a dare un valido contributo è il diletto, la passione e l’amore per la propria terra, che scorrendo come pura sorgente nell’animo e nella mente, spingono quell’impulso di forte volontà che, pur senza volerlo, porta a competere con “i più addetti ai lavori”, pervenendo a lodevoli risultati, come bene attestano queste pagine. (Franco Lamonaca, giornalista).




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27 novembre 2010

Insegne prelatizie




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27 novembre 2010

Araldica episcopale

Agli albori del terzo millennio parlare di araldica, scienza ausiliaria della storia che rievoca gesta cavalleresche e favole medievali, può sembrare alquanto retorico e fuori moda ma è proprio la testimonianza di questi stemmi, per la maggior parte armi gentilizie, che ci permette, pure dopo secoli, di mantenere viva ed onorata la memoria di taluni personaggi.

La simbologia dell’araldica trae le sue più antiche origini proprio dal cristianesimo e da essa la Chiesa ha attinto sempre con particolare attenzione rinsaldando quella tradizione plurisecolare di diritto e di fede.

L’araldica ecclesiastica è ancora oggi viva, attuale e largamente usata; naturalmente, è meglio specificarlo, gli stemmi ecclesiastici non devono essere ritenuti simboli di vanagloria né tantomeno paragonati ad una sorta di simbolismo commerciale: la necessità dell’adozione degli stemmi da parte dei prelati trova la sua fonte nel diritto canonico che ne regola l’utilizzo e costituisce funzione di carattere certificativo. Inoltre, la purezza del simbolismo religioso riflette la personalità e la devozione del singolo ecclesiastico che ha speso la propria esistenza, con vocazione di santità, verso Santa Madre Chiesa.

L’origine e l’uso dei cappelli di verde, per i vescovi, arcivescovi e patriarchi, si vuole derivato dalla Spagna dove, nel Medioevo, i presuli usavano un cappello prelatizio di colore verde. Il cappello di rosso, invece, venne concesso ai cardinali nel 1245 da Papa Innocenzo IV, nel corso del Concilio di Lione, quale distintivo d’onore e di riconoscimento dagli altri prelati; il colore rosso fu scelto per esortarli ad essere sempre pronti per spargere il proprio sangue in difesa della libertà della Chiesa e del popolo cristiano.

Con L’istruzione sulle vesti, i titoli e gli stemmi dei cardinali, dei vescovi e dei prelati inferiori del 31 marzo 1969, firmato dall’Em. mo signor cardinale Segretario di Stato Amleto Cicognani, all’art. 28 si recita testualmente:

Ai cardinali e ai vescovi è permesso l’uso dello stemma. La configurazione di tale stemma dovrà essere conforme alle norme che regolano l’araldica e risultare opportunamente semplice e chiaro.

Nei successivi articoli, per quanto concerne le dignità ecclesiali che interessano questa ricerca, si precisa:

Gli eccellentissimi e reverendissimi vescovi timbrano lo scudo accollato ad una croce astile semplice d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, i cordoni e le nappe di verde. I fiocchi, in numero di dodici, sono disposti sei per parte, in tre ordini di 1, 2, 3.

Gli eccellentissimi e reverendissimi arcivescovi timbrano lo scudo accollato ad una croce astile patriarcale d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, i cordoni e le nappe di verde. I fiocchi, in numero di venti, sono disposti dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3, 4.

Il colore di verde, riguardante appunto i vescovi e gli arcivescovi, va usato altresì nell’inchiostro dei sigilli e negli stemmi riportati negli atti, quest’ultimi con i previsti segni convenzionali indicanti gli smalti.

Per concludere si può affermare che quei simboli, diventati poi figure araldiche, hanno offerto alla Chiesa i temi più svariati per indicare la missione pastorale del clero e per richiamare antiche tradizioni di culto, memorie di santi patroni e pie devozioni locali.




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27 novembre 2010

Mons. Tancredi Sansone

Discendente da un’antica famiglia nobile di origine lombarda, Sansone Tancredi fu vescovo di Bitonto dal 1299 al 1317; questo è quanto affermato sul manoscritto di Francesco Paolo de Leon, risalente al 1769, nell’appendice dedicata agli uomini illustri di Barletta. Lo storico indica in parentesi: ex regesto 1298, litt. D. fol.39. Questa notizia non è però confermata dalla cronotassi dei vescovi della Diocesi di Bitonto.

Dalle nostre ricerche sembra che Sansone Tancredi sostituì temporaneamente il vescovo di Bitonto, Leucio, che si era recato a Roma per un incarico ricevuto dalla Santa Sede.




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